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Signori si cade, e io lo caddi

Era domenica mattina, dovevo andare a cercare una medicina per mio figlio, la cosa non aveva carattere di urgenza, era solo da risolvere entro la mattinata, ma si sà, quando ci sono di mezzo gli affetti, tutto assume una dimensione surreale. O più reale.

Prendo lo scooter (la Bmw l'ho distrutta nell'ultimo incidente, stavolta si è fatta più male lei), appena comprato ma di cui avevo già saggiato la notevole stabilità negli ingressi e sui curvoni veloci. Più pratico per i brevi spostamenti, più riparato dal vento chi guida. Sì, prendo lo scooter.

Comincia il giro delle farmacie. E man mano che la medicina in questione mi veniva negata, in quanto esaurita, la mia ansia montava. E più montava l'ansia, più la guida si faceva sporca, frenetica…

Fino alla maledetta rotonda, presa chissà quante volte con la moto. Ne conosco i microsolchi, i dossi, i tombini. Non sono un pazzo ad andare in moto, evito di mettermi nei guai e di mettere nei guai qualcun altro. La rotonda offriva visibilità eccellente.

Era domenica mattina. Non c'era un anima. Faceva anche un freddo della madonnna e stranamente non avevo le protezioni addosso (con lo scooter uno pensa che cadendo si faccia meno male che con la moto).

Era domenica mattina. E andavo come un missile.

Ho piegato forte, mai fatto con uno scooter.

Ho sentito la pedana toccare per terra, poi qualcosa ha toccato più duro ancora (scopro poi che fu il cavalletto), l'avantreno si è sollevato: ero su una ruota sola in piega in una rotonda che, vi assicuro, è meglio farla su due ruote.

Per un istinto sviluppato, credo, nell'arco degli anni non ho nemmeno messo giù i piedi, ho accompaganto la caduta, sperando in un impatto morbido…

Che non c'è stato. Le rotonde hanno la caratteristiuca di avere un marciapiede intorno, in genere con dei pali infilati dentro… La moto ha battuto sul marciapiede interrompendo lì la sua corsa e io, che ancora ero in sella, ho seguito il suo volo…

E' incredibile. Ricordo i voli, che durano un secondo, in ogni minimo dettaglio: la giornata, la temperatura (che era di 2 gradi, al termometro di casa mia), i rumori, i giri del motore, i pensieri mentre si capisce che si sta perdendo grip, la speranza di trovare una sassetto che te lo ridia, lo stridore del metallo sull'asfalto, il cruscotto che si avvicina alla visiera, 3 millimetri di visiera termoformata, ora so che servono anche loro. Ciò che non ricordo mai è il dolore fisico.

Credo che la mente sedi volontariamente determinati recettori a favore di altri.

La capacità di registrare dei dettagli così futili è come potenziata dal torpore cerebrale relativo alle attività del corpo.

Non ricordo il dolore alla spalla, al braccio.

Levata la moto di dosso (un bel grazie a chi mi ha soccorso) non ho neppure fatto caso al piede. Era stranamente girato. Ho cercato di alzarmi ma mi continuavano a dire che forse era meglio stare sdraiati. "Farò così", mi dicevo, "li vedo preoccupati, non vorrei dar loro un pensiero". In fondo sdraiati si stava così bene. Ero così stanco.

Mi sono levato il casco (e lì tutti che si sono voltati dall'altra parte dicendo di non farlo, cosa temevano? Che mi perdessi un pezzo di calotta cranica per terra?).

Era domenica mattina. Un tale silenzio. Guardavo il cielo. Terso, bianco e carico di neve. Una bella domenica, pensavo. Chissà oggi pomeriggio cosa faremo Eva e io.

Chissà se domani riuscirò ad andare al lavoro in moto. Funzionerà ancora? Magari prendo l'autobus.

Chissà che orari fa l'autobus. Ma ora mi sdraio davvero, sono così stanco. Sono già sdraiato.

E questi burloni della croce viola, arrivati a piedi (scopro poi che sono cascato davanti alla loro sede, un bel grazie anche a loro) che mi dicono che la gamba non ha davvero un bell'aspetto e siccome mi vedono un po' stanco cominciano a chiedermi come mi chiamo, che lavoro faccio, dove abito, com'è la mia casa…e intanto mi tagliano i pantaloni (era ora, erano da buttare), le scarpe (prese quasi ieri) ma io li fermo: non mi tagliate la gamba,per favore. Non qui, c'è gente che guarda.

In ambulanza. Sempre le solite domande e io che rispondo che gli ho già risposto, che ora ho sonno e vorrei dormire, ma una mi infila qualcosa nel buco del ginocchio, urlo e le chiedo perché. Mi dice che devo stare sveglio. Cominciano a fare un totogamba: per me è rotta male, per me no, dai… Cristo, ora la guardo. E' domenica mattina e sono su un' autoambulanza. La mia gamba non ha affatto un bell'aspetto.

La spalla mi fa un male della madonna, ma non lo dico, prima che mi ci tirino i calci per tenermi sveglio.

Per dimostrare loro che la gamba non ha nulla la muovo, ehi, la muovo. 'Se la muovi non è rotta' dice un vecchio adagio. Palle, ve l'assicuro. Ma io ci avevo fatto su dei progetti, delle convinzioni.

No, dai, riportatemi indietro, non ho nulla. Lo dico perché capisco che siamo a due passi dall'ospedale. Conosco la strada, ci sono andato spesso. Qualche anno fa qui mi salvarono anche la vita. Mi infilarono un tot di cortisone in vena, perché non respiravo proprio più.

Ma adesso sto bene, che ci faccio qui?

Ospedale S. Paolo di Milano. Interno giorno. Già penso alla estenuante attesa in accettazione. Chi non ha nulla di grave aspetta sempre tanto.

Ricordo che una volta, da piccolo, andai con mia madre al pronto soccorso perché perdevo sangue dal naso da ore e non smetteva più. Nulla di grave. Aspettammo 5 ore al termine delle quali ero ormai esangue, quindi grave e allora mi soccorsero. Prima passavano gli infartuati, le vittime degli incidenti stradali, ci passò davanti un ragazzo caduto dalla moto, il cranio aperto in due e dietro alla barella un lettighiere con un secchio, usciva sangue, materia grigia e pezzi d'osso. Con un secchio. La vita in un secchio. Non dormii quella notte. Scoprii, quella sera, che eravamo ripieni di qualcosa.

Ora invece sto bene. Ma come, entriamo non passiamo per l'accettazione? Ehi, gli dico, dovete chiedere di là prima di entrare. Non mi ascoltano. D'improvviso l'attività intorno a me si fa frenetica e io divento lucidissimo.

L'ortopedico mi guarda la gamba e dice: non ha un bell'aspetto. L'ho pensato anch'io, che buffo! E dire che faccio il grafico. Ma lui va oltre. Mi guarda negli occhi. Avete mai visto ER? Lo sceneggiato sulla Rai, intendo. Ecco, lui mi guarda come fa il dottor Ross: torvo, espressione inesistente. On/off, ho pensato lì per lì. Quest'uomo ha solo due espressioni, come Clint Eastwood: con sigaro, o senza sigaro. Lui invece con camice, senza camice. Come Ross. Come avrà avuto tanto successo…?

Poi arriva mia madre. Chi l'ha chiamata?

Mia madre ha una caratteristica: se un problema non è grave, diventa grave. Quel dottore era il dottore più sereno del mondo. La sua apparente calma nello spiegarmi che la caviglia era compromessa aveva fatto sì che io pensassi alla cosa quasi come a una fortuna. Insomma, ero lì, ascoltavo, mica ero spappolato come quello là di tanti anni fa.

Mia madre no. Per mia madre ero da rianimare. Arrivata mia madre il dolore che dapprima era quasi latente, si scatena furioso. Sembrava che aspettasse solo qualcuno che mi attaccasse il panico.

Per fortuna c'era Fraps. Lui è sempre calmo. Perché c'era Fraps? Boh… quando finisco in terra dalla moto lui prima o poi appare sempre. Fraps, il mio pusher html, il mio pusher di stampelle, dispensatore di saggi consigli che lui in genere tende a non seguire. Fraps che speravo abbastanza sfacciato in quel momento da prendere mia madre e dirle che stava rompendo un tantino. Ma mia madre è un rullo compressore.

Chiedo ora scusa al dottore. Non aveva mai perso la pazienza quel dottore, io lo so, lo aveva scritto nell'aura. Una vita segnata solo da brevi cenni del capo. Mia madre invece è riuscita a farmelo innervosire. Scusa dottore. Ma il gesso lo hai tirato bene, anche se nei tuoi occhi ho colto un fugace barlume di vendetta trasversale. Ma sapevi che io non ero la causa del tuo nervosismo.

Era domenica mattina, quasi ora di pranzo, ed ero così felice di avere fame.

Quaranta giorni passano in fretta, mi dissi. E poi la caviglia se reggerà il mio peso, mi basterà per fermarmi al semaforo e mettere giù il piede. Fa niente se è compromessa.

In tutto questo, ho dimenticato di dire una cosa. Appena caduto, levato che ebbi il casco, cercai il telefonino per chiamare qualcuno (era davvero deserto lì così). Inizialmente pensai di chiamare l'ambulanza, non lo nego. Ma prima volli sentire Eva. Chiamare un'ambulanza ha un certo significato. Vuol dire che ti sei fatto male davvero.

Se chiami Eva, invece, lei magari ti viene a tirare su da terra a braccia e ti porta a casa, ti coccola e il giorno dopo, oplà, di nuovo in sella. Piegoni nell'oltrepò. Lei mi ha sempre raccolto a pezzetti quando cadevo andando in moto o facendo il cazzone sui pattini a saltar gradinate in Duomo.

r) Ciao Eva, come va?

e) Bene, dove sei? Trovata la medicina?

r) Err no, non esattamente… sai… non la trovo proprio. Sembra che tutti usino quella medicina oggi.

e) …

r) uff…

e) che c'è?

r) sai, sono anche caduto con la moto.

e) ah………… Tutto bene? Se mi telefoni va tutto bene (donna pratica quella Eva lì)

r) sì sì, grazie…

e)..

r) senti, non è che ti va di venirmi a prendere? Non me la sento tanto di venire fin lì in moto

e) ma stai bene?

r) sì sì, solo che ho la moto addosso, ora vedo arrivare qualcuno, magari mi dà una mano.

e) rillo… non posso, samuele ha la varicella, e non c'è modo di uscire, non c'è nessuno, uff.… ma stai bene?

r) sì sì…

e) …

r) …

r) senti, facciamo così, qui vedo che stanno chiamando l'ambulanza

e) ti mando subitro mio padre

<click>

r) ah, non chiamate mia madre eh? Pronto? Pronto? Eva ……?

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