Quattro passi

Camminavo con Jacopo lungo la pista ciclabile che porta a Vellezzo Bellini, la scorsa domenica, quando all’improvviso mi ha chiesto se nel cimitero davanti al quale stavamo passando fossero seppelliti i suoi bisnonni, così siamo entrati.
In generale, ho un buon ricordo dei cimiteri. Quando ero piccolo, mia madre mi ci portava per portare i fiori sulla tomba di mia nonna e ricordo che camminavo lungo le tombe leggendo i nomi, guardando le foto e soprattutto facendo i calcoli su quanto fossero vissuti gli abitanti di quelle silenziosissime dimore prima di andarsi a risposare al fresco, qualche metro sotto terra.
In particolare, ricordo che giocavo a trovare la tomba con il legittimo proprietario più longevo. Una volta ne trovai uno che aveva superato i cento anni e quella divenne la mia meta preferita appena mettevo il naso dentro.
Arrivati dai bisnonni, Jacopo si è divertito a calcolare quanto fossero vissuti e mi ha chiesto qualche informazione su di loro, se erano ancora vivi quando nacque lui e altre domande.
Proprio uscendo, il rillettino si è impalato davanti alla lapide di un bambino di nome Simone, rimanendoci in perfetto silenzio per qualche minuto. Poco dopo ci siamo incamminati ancora lungo la pista ciclabile parlando di come debba essere stata una vita di soli due mesi e di altre cose ancora tipo che i prati dovrebbero essere tagliati più spesso se no le cacche di cane non le vedi mica e te le porti sul tappeto di casa e non è mica tanto bello ma mentre lo dicevamo pensavamo tutti e due alla stessa cosa.
Tornando, Jacopo ha raccolto uno di quei fiori viola che stanno ai margini dei fossi e ha svoltato nuovamente per il cimitero. Si è avvicinato alla tomba di Simone e ha deposto il fiorellino vicino alla sua lapide, tra un pupazzo in gomma e una macchinina messi lì probabilmente dai suoi genitori, sussurrando di guardarlo dal cielo.
Uscendo è passato ad accarezzare la foto dei bisnonni e gli ha detto di prendersi cura di Simone che ha solo due mesi e magari potrebbe avere paura lì così al buio.
C’era il sole quel pomeriggio e l’aria era di festa o quasi e di Simone Jacopo non ha più parlato se non per un’esclamazione che ancora echeggia nella mia testa e aveva a che fare con ciò che un bimbo può fare di grande in così poco tempo e io sono proprio d’accordo con lui, due mesi sono una vita e sta a noi decidere se riempirla di disperazione o di gioia, qualunque cosa ci accada.
Invece io sono rimasto catturato dalla figura di un anziano signore, poteva avere 80 anni o giù di lì. Parlava, sorridendo, alla sua defunta moglie, le puliva la tomba con un fazzolettino di carta e le sistemava i fiori appena comprati. C’era affetto nelle sue parole e quasi si sarebbero potute sentire le parole di lei, erano parole normali, del quotidiano: oggi ho fatto questo, tua figlia ha detto quest’altra cosa e i tuoi nipoti stanno diventando adulti, dovresti vederli.
La scena era commovente oltre ogni limite e ho pensato a tante cose tipo che secondo me Foscolo aveva ragione a dire che la tomba ci vuole perché ci da la speranza che i nostri cari possano avere un luogo su cui ricordarci, fosse anche solo un bambino che passa di lì per caso e decide di lasciare un fiorellino di campo anche se non ci ha mai conosciuti, in vita.
Di una cosa, però, sono sicuro: a volte c’è molta più vita in un cimitero che non in un centro commerciale affollato.

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