Perenne o meno.

Non per altro, ma è che poi uno ci fa l’abitudine alle cose. Intreccia una relazione di amicizia con una persona, relazione costruita sulle parole e sui comportamenti e passano magari anni interi. E poi, a un certo punto tutto si polverizza in una nuvola di vapore a causa della trascuratezza da parte di uno dei due o di entrambi.
Mi ha sempre incuriosito questa dinamica in quanto, il più delle volte, in casi del genere sono stato più testimone che protagonista.
Ho spesso immaginato l’amicizia come una pianta spontanea della quale ci si debba occupare in due. Esistono piante più delicate di altre le quali, invece, basta loro uno spuntone di roccia nel deserto per essere vive. Dove le prime cercano l’amore e la cura quotidiana (la giusta acqua, la giusta luce, la giusta temperatura e via dicendo), le altre sopravvivono a tutte le traversie e godono della fugace e sporadica attenzione di chi le coltiva.
È vero o no che esistono amicizie a manutenzioni variabili?
A casa mia funziona anche per altre cose. Abbiamo una gatta, per dire, che ha deciso di vivere con noi fin dal 1995. Da allora ha conosciuto le attenzioni più diverse e non si è mai lamentata.
Ancora, le piante intorno a casa nostra sono le più resistenti del mondo. Il principio in base al quale ora sono dove sono è quello della selezione naturale: chi di queste resiste con le poche cure che possiamo dare, si guadagna l’eterna ospitalità.
Ora, non so perché mi sia imbattuto in questa riflessione. Di sicuro, quello che meno mi appassiona è ciò che a volte si è tentati di fare non appena la pianta dell’amicizia dia i primi segni di vita: classificarla dal solo germoglio.
Niente di più sbagliato che curare una pianta come fosse un albicocco quando invece, magari, è un ciclamino.
Perciò mi piace quando si passa distrattamente di fianco un vaso e si esclama in maniera del tutto genuina: toh, guarda, sta per nascere un’amicizia.

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