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domenica, gennaio 3
E' un suono così profondo che pare il rutto della Terra. E' un vibrato lungo e lento che non termina, che non dà eco.
Sono sui pattini e attraverso i viali di Milano. Le mie gambe avevano voglia di asfalto. Asfalto e nuove amicizie, così sono rimasto solo, 'fanculo la compagnia. E' agosto e devo stare a Milano, almeno finché rimarrà vuota di gente. Ho sete. Salgo lo scalone in marmo della Stazione, entro in un bar. Il ragazzo dietro il bancone non vede l'ora di chiudere, io lo intrappolo con una coca-cola e un panino alla piastra. Non me lo fa pesare. Panino e coca in mano, pattino sul marmo, il fruscio dei cuscinetti sullo sfondo; insieme al vibrato, ovviamente. Adoro i miei pattini. Li smonto con cura una volta al mese in ogni loro parte, passo i cuscinetti nel petrolio, ne faccio un misto con la vasellina. Lucido le scarpe. Chester nere. Ogni tanto modifico il puntale. Di solito ci applico del cuoio che, salto dopo salto, consumo atterrando mezzo di ruote, mezzo di punta. Quando devo accelerare un po' forte, faccio un movimento che so che non mi toglierò mai: sbatto con la piastra sull'asfalto fino a creare delle scintille che personalmente non ho mai visto, ma qualcuno dice essere scenografiche. E il cuoio si consuma anche così. Mi siedo sul pavimento in marmo e mangio. Tre messicani si voltano e mi guardano, io li guardo a mia volta. Ho imparato a farmi gli affari miei, non sono un attaccabrighe e al limite so scappare veloce. Sui puntali, ora, ho delle lastre di metallo: il cuoio si era consumato e non ne avevo più. Così per proteggere la tomaia ho applicato due pezzi di lattina di birra sagomati giù in cantina. Mentre mangio e guardo e vengo guardato, immagino come potrebbe stare il mio puntale in acciaio sulla faccia del messicano più grosso. Uno di loro, con la faccia simpatica, si alza, classico preludio alla rissa: lui verrà da me, mi dirà qualche cosa e qualunque cosa risponderò, sarò fottuto. Mentre si avvicina, passano due poliziotti di ronda, mi guardano, guardano il messicano ormai al mio fianco e vanno oltre. Mi sento più sicuro. Lui mi chiede qualcosa sui pattini, se è facile. Mi chiede cosa ci faccio lì, da solo, a quell'ora. E' la terza notte che passo fuori casa, da me sono tutti via, in vacanza. Siamo solo io e i pattini. Mi chiede se voglio bere qualche cosa insieme a lui e i suoi amici, vengono da Trieste e vanno per Firenze. Il livello di diffidenza mi si annulla, i suoi amici si presentano, sembrano innocui. Così accetto l'invito. Usciamo dalla stazione e saliamo su un maggiolone verde, mezzo scassato. Loro sono simpatici, ridono e raccontano barzellette. Io ho ancora indosso i pattini. Arriviamo all'Arena, parcheggiamo, uomini uguali nel deserto milanese. Ci infiliamo in un bar sporco e buio, il meglio che passa questa città pigra di caldo. Beviamo, ce la ridiamo e si fanno le quattro del mattino. Il bar chiude. Pagano tutto i messicani. Mi offrono un passaggio dalle mie parti ma dico di no. Non ricordo più i loro nomi. Preferisco farmela in pattini. Così attraverso il Parco Sempione, sfilo davanti alla Stazione di Cadorna, passo per via De Amicis, taglio su viale Papiniano e poi sul Naviglio. C'è poca gente a quest'ora. Pattino per corso San Gottardo, arrivo in via Montegani e mi viene in mente il fornaio all'angolo con via Palmieri. A quest'ora sforna i bomboloni. Mi fermo in piazza Agrippa, voglio aspettare l'alba. Che arriva, invariabilmente troppo presto. Con la notte sulle spalle rientro a casa. I pattini sono stati bravi, domani li ripulirò e li ringrazierò ancora una volta. Non me ne separerò mai. Poi è accaduto che una notte li abbia messi via per non tirarli più fuori. Ora dormono in uno zaino nel sottoscala, soppiantati da un paio di roller che non posso o non so personalizzare. Il ginocchio sinistro è sicuramente da operare, non fumo più. Peso quindici chili di troppo. Ma il vibrato, quello, lo sento ancora.
Commenti:
Io la prima volta che ti vidi sui pattini, ti vidi su quelli.
Forse era agosto anche quella volta, non ricordo, ma era caldo. Poi altre mille sui roller in mezzo ad altri mille roller e ok, dimestichezza e abilità identiche, agosto e caldo pure, forse anche il panino. Ma se posso dare il mio piccolo contributo, allora è un sì, quando avevi quelli era tipo come non li avessi nemmeno ai piedi, tanto erano parte integrante e i roller no, mai restituito la stessa immagine. Era come se il passaggio fosse stato fatto più perché tutti dicevano andasse fatto, che per reale volontà di farlo. Come se l'avessi fatto più per gli altri che per te, tipo. Quelle scelte che nel piccolo come nel grande non sapremmo mai indossare come quella vecchia maglietta bucata ma tanto nostra, pure se tutti ci dicono starci un sacco bene la camicia e poi oggi va tanto il viola. Ma magari il post vuol dire tutt'altro e allora solo un ciao.
ops, ho commentato di là, lo riporto qui.
Ciao Roberto, ti ricordi di me? Ci siamo fatti Milano-Pavia insieme a altri dieci disperati, c'era anche Michele, il Gheddaffi. Vedi più nessuno? Sei passato ai roller peccato. Magari non eri il più veloce (anzi, eri lento hihihihi) ma non ti fermavi mai. Pattini ancora?
@Broono: :) sì, è così, i quad erano parte dei miei piedi, erano le mie caviglie e anche un po' la mia testa. Si muovevano in autonomia, a tempo di musica.
Ma era come indossare dei ricordi, a un certo punto. Bisogna avere coraggio e recidere le nostalgie. I roller addosso non li ho mai sentiti, io da una parte, loro un passo indietro. @FaBio: eeeeeh... mi piacerebbe dire che mi ricordo bene di te... ma sono smemorato... imbarazzo. Mi ricordo Milano-Pavia, a tratti. Cmq no, è da un anno che non pattino, ginocchio sifulo e altri interessi, altro lavoro. Tu pattini? Scambiamoci l'email. Sei mica quello che indossava la bombetta e si faceva menare da tutti, dico tutti, i fidanzati/mariti di OGNI donna che camminasse per corso Vittorio Emanuele? << Home page
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