RILLO BLOG

La via d'uscita è dentro di te, ma è sbagliata

domenica, novembre 1

 
"Sai, mamma, quello che mi dispiace di più di tutta questa storia, non è tanto la mia morte, ma il calvario che tu, Ilaria e papà state subendo.
Da qui posso percepire il vostro dolore come fosse mio: dirompente, ti apre in due il petto, e io so cosa vuol dire (attenzione, foto del cadavere di Cucchi). Ti avvelena l'animo e non ti da pace.
E quando, di norma, a un dolore seguirebbe una fase di somatizzazione, di razionalizzazione, ecco che questo processo vi viene negato.
Non sono caduto dalle scale, questo nemmeno un coglione può crederlo veramente.
E non saprei dirvi con certezza chi mi ha dato il primo pugno.
Mi sentivo impunibile, è vero. Quei venti grammi di hashish in tasca non mi preoccupavano più di tanto. Ben altri criminali siedono addirittura in parlamento. Ben altri erano i problemi che mi affliggevano per pensare che una legge tanto cieca e incapace di distinguere tra droga e droga, potesse instradarmi per il vicolo che mi ha condotto dritto verso la morte.
Di fatto, eccomi qui, sul freddo tavolaccio di acciaio di un obitorio, il petto ricucito alla bell'e meglio, in posa involontaria per gli ultimi scatti.
Nemmeno un sorriso per te, cara mamma.
Io, da quassù, non mi do più tanta pena per il mio destino e per il decorso della giustizia che so già a favore dei responsabili della mia morte che, in un modo o nell'altro, se la caveranno.
Voi, all'ennesima sentenza che dichiarerà che tutto sommato la mia morte non avrà meritato la minima considerazione, vi sentirete nuovamente orfani di un figlio (mi sono sempre chiesto perché non esista una parola che definisce lo stato di un genitore che perde un figlio).
E, come accade in questi casi, perderete la fiducia che avete sempre avuto nelle istituzioni, fino a ieri immaginate a tutela della sicurezza vostra e della vostra famiglia.
Ora sapete che potrebbe non essere vero. Che chi indossa un'uniforme può essere indifferentemente onesto o codardo, pavido o eroe. E che non è facile distinguere, a seguito dell'uniformità data, appunto, dall'uniforme, dove stia l'ufficiale stronzo, dove stia, invece, quello pronto a dare la vita per il prossimo, a prescindere.
Io, purtroppo, in una sola notte, ho trovato il gruppo di stronzi che facevano il turno tutti insieme, che fossero in uniforme o meno. E che non sapevano che i detenuti bisogna massacrarli di sotto, che siamo in un paese civile, noi. Che se no, poi, ci scappa il testimone e rischi la rivolta.
Probabilmente qualche scapaccione me lo meritavo, ma quello che mi è stato fatto, com'è vero iddio, non dovrebbe essere mai fatto a nessuno. Non in una caserma, non in un sito istituzionale. A me, che pensavo che di Bolzaneto ce ne fosse una sola.
Tu, mamma, cerca di ricordarti di me per come ero, le ossa tutte intere come me le hai fatte, gli occhi entrambi al loro posto, la mandibola dritta.
Vorrei che il tuo pensiero, ogni sera, venga rivolto a noi quattro intorno a quella torta di compleanno, me che la taglio, il papà come sempre imbarazzato ma visibilmente commosso dall'intimità della famiglia, Ilaria ancora piccina e nei tuoi occhi, indelebile, il mio radioso futuro. Ti bacio, tuo Stefano.
 
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