C'è che a un certo punto ti soffermi a guardare l'acqua che scorre sotto quel ponte sul quale sei passato decine di volte, rendendoti conto per nulla che quel fluire continuo è andato avanti senza di te e che il tuo passaggio, su quel ponte, non è mai contato nulla.
Per questo, si sa, ci si inventa un dio e si scrive una religione: a un certo punto della propria vita o del proprio stadio evolutivo animale alcune cose paiono insostenibili dall'umano pensiero. Bisogna, quindi, ridurle a una forma elementare accettabile.
Per alcune persone, infatti, è terribile l'esistenza vissuta nell'incertezza.
Ci sono alcuni che passano la propria vita svolgendo un solo lavoro, vivendo una sola esperienza e ripetendola nel tempo, abitando nella stessa casa, nella stessa stanza, con gli stessi mobili sistemati nella medesima posizione.
Loro vivono bene se riescono a garantirsi il minor numero di cambiamenti possibili nel proprio habitat. Li capisco, anche a me alcune cose piacciono inamovibili.
Ci sono altre persone, però, a cui il reiterato esistere mette ansia, forse perché la scansione regolare della routine ricorda troppo quella delle sbarre di una cella.
Ecco quindi la necessità del cambiamento, della novità: uno, due, tre, quattro professioni, altrettanti figli, corsi di questo e quest'altro. Anime inquiete alla perenne ricerca di qualche cosa che sfugge loro come il riflesso della luna nel secchio del pozzo.
A me, non è che sfugga alcunché. Il percorso è chiarissimo e figli non ne faccio più. E' che dopo qualche anno, ho di nuovo forte la voglia di dimostrare a me stesso di essere in grado di fermarmi su quel ponte e fare qualcosa che mi ricordi fino al passaggio successivo. Magari un tuffo.
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