RILLO BLOG

darò la colpa a qualcuno, per questo sorrido

giovedì, maggio 24

 
Ad ogni costo (un racconto)
Ernesto frequentava quel supermercato da quando era bambino. Sua madre lo portava spesso con sé e gli diceva che con lui comprava meno roba, spendeva meno e che quindi si meritava un bel regalo. Gli sorrideva e gli porgeva una di quelle cicche che una volta davano al posto delle due lire quando alle casse non avevano il resto contato.
Più tardi, verso i dieci anni, aveva cominciato ad andare da solo a fare un po' di spesa. "Tieniti da parte qualcosa o comprati una cicca", gli diceva sua madre dal pianerottolo.
Ora che si era fatto grande, a Ernesto non pesava fare la spesa, anche in queste condizioni. Costretto com'era su quella carrozzina, si dicevano sempre le cassiere del supermarket, non potrà combinare molto altro, e si scambiavano uno sguardo di reale compassione. Nessuno sapeva esattamente in seguito a quale disgrazia era rimasto paralizzato alle gambe, si pensava a un incidente o forse a una malattia degenerativa, ma in fondo non importava poi tanto.
Com'è ovvio in un Paese civile, Ernesto aveva la precedenza alle casse. Qualunque fosse il giorno, l'orario o la lunghezza della coda, tutti sapevano che quando arrivava Ernesto, era cortesia farsi da parte e lasciarlo passare. Lui ringraziava con vistosi cenni del capo, salutava i clienti abituali e sorrideva a quelli occasionali i quali, forse non abituati a quella consuetudine, realizzavano solo dopo qualche istante la correttezza di quanto accadeva e si sentivano compiaciuti di avere compiuto un'azione così buona e rispettosa per qualcuno meno fortunato di loro.
Col tempo, insomma, quel supermercato era diventato un po' una seconda casa per Ernesto e anche quando la gestione passava di mano in mano, fino all'attuale proprietà di un gruppo della grande distribuzione francese, il nuovo personale non poteva fare altro che riconoscere ciò che di fatto era: cambiavano i marchi, cambiavano i prodotti, cambiavano gli arredi, le casse, i neon ma l'unica vera istituzione, la colonna portante dell'intero edificio era proprio Ernesto.
Fino al giorno in cui il buon Ernesto trovò qualcuno che riuscì a far vacillare tutti quegli schemi e quelle routine che gli erano familiari, perlomeno nel supermercato. Accadde un mercoledì, era maggio e come ogni giorno, raggiungendo una delle casse, gli altri clienti aprirono il varco per lasciarlo passare. Tranne uno. O meglio, tranne una.
Era bel-lis-si-ma. Bellissima come solo le donne a primavera sanno essere. Indossava un paio di short blu, una maglietta nera e un paio di scarpe sportive. Tutto sommato nulla di appariscente. Ma ciò che lo colpì furono non solo le sue labbra, non solo il suo seno prosperoso e i suoi fianchi larghi, bensì lo sguardo con cui lo osservava. Di sfida. E ammirazione, insieme.
Stava lì, lei, senza scansarsi, il cesto della spesa in una mano, con l'altra tirava fuori scatole, barattoli, vaschette di frutta con una grazia che forse solo Ernesto colse. E tra un prodotto e l'altro, tra un bip della cassa e l'altro, lei lo guardava. Pagò, infine, e prima di mettere la firma sullo scontrino della carta di credito, gli sorrise. E se ne andò.
Fu amore.O almeno così lui pensò. Tornò a casa gongolante, contò i minuti che lo separavano dal giorno successivo, pervaso dalla brama incontenibile di incontrarla nuovamente.
L'indomani andò al supermercato più o meno alla stessa ora, vagò in carrozzella per le corsie e non certo per acquistare alcunché. Cercava lei, era visibilmente eccitato. Il suo corpo era percorso da quella sensazione che solo poche altre volte aveva provato. Ebbene sì, era amore. Improvviso, fulmineo, fatale, definitivo, sublime. Lo faceva volare, sognare, librare per sogni e sentieri paradisiaci. Ma più la cercava e più si convinceva che quel pomeriggio non l'avrebbe rivista.
Passò una settimana in cui non riuscì a domare il desiderio di incrociare di nuovo quello sguardo, ostile e ammirato allo stesso tempo. Nessun'altra era mai riuscita a farlo sentire normale, in quel supermercato. Negli occhi delle donne poteva cogliere, in maniera più o meno accentuata, una sorta di pietà. In lei questo non era accaduto. E perciò lui si era innamorato.
Passò dunque una settimana in cui, finita la spesa, si avviava alla cassa e come sempre la gente si spostava ed era quella l'ultima occasione in cui lui poteva sperare di rivederla.
Venne, poi, mercoledì e come per magia la rivide proprio alla cassa. Tutti, come sempre, si spostarono per farlo passare e, come la settimana prima, lei stette al suo posto. Lo guardò e gli sorrise subito. Ernesto ricambiò il sorriso e solo lui seppe il vortice di sentimenti che gli sconquassò il ventre, il petto, le gambe.
Era ormai chiaro che il mercoledì pomeriggio, tra le cinque e le sei di sera, era il momento in cui lei andava a fare la spesa e la conferma la ebbe la terza settimana.
Anche questa volta, lei non lo fece passare e anche questa volta lui non disse nulla. Gli bastava poterla incontrare, godere di quello sguardo che gli dedicava poco prima di andarsene, una volta pagata la spesa.
Il mercoledì successivo Ernesto arrivò alla cassa e, percorso il viale dei clienti che si erano scostati per lasciarlo passare, non la vide. Deluso, appoggiò il cesto della spesa sul nastro scorrevole, si girò per cercare un ultima volta e la vide poco più indietro, ferma in coda. Evidentemente aveva avuto un contrattempo ed era in ritardo rispetto al solito orario. Lui le fece cenno di avvicinarsi e lei, non senza un lieve imbarazzo, saltò la coda per raggiungerlo. Ernesto le fece segno di passare avanti e lei ringraziando con un cenno del capo accettò la gentilezza, pagò e se ne andò.
Da dietro non erano mancate flebili proteste, per lo più da alcuni clienti occasionali che non potevano conoscere la situazione. Quella donna aveva saltato la fila così, senza averne un reale diritto.
Le cassiere e i clienti abituali, invece, lasciarono correre. Furono addirittura lieti di quanto videro. Non era sfuggito a nessuno che quella donna aveva fatto breccia nel cuore di Ernesto e chissà mai che questa potesse essere la volta buona anche per lui.
Da allora in poi, e per qualche settimana, Ernesto non la trovò in cassa fin da subito, ma ogni volta gli bastava guardarsi indietro per trovarla e farle quel cenno di intesa che faceva sì che tutti la lasciassero passare per prima. Era il modo con cui Ernesto voleva comunicarle il proprio amore.
Venne anche il giorno in cui Ernesto decise di passare all'azione. Attese che lei si mise in coda, le fece il solito cenno e quando stava per superarlo, le si presentò tendendo la mano e dicendo, chiaro e forte: "Ciao, io mi chiamo Ernesto". Lei gli rispose con una voce che a dire il vero faceva a pugni con il suo aspetto. Una voce molto profonda, impostata, roca. Ma, complice l'effetto filtro dell'Amore, per Ernesto quella era la voce più dolce della Terra: "Ciao, io sono Giulia".
Scambiarono due parole, lei questa volta era in evidente imbarazzo e lui non insistette. Ma aveva avuto qualcosa di veramente prezioso. Aveva dato un nome al suo Amore. Giulia.
Ernesto tornò a casa, varcò a fatica la porta di casa, appoggiò la spesa sul tavolo e con un colpo di reni si alzò dalla carrozzella. La spostò in un angolo e si sgranchì le gambe. Mano a mano che l'età avanzava, faceva sempre più fatica a stare seduto su quel trabiccolo.
Cominciava, anche, a vacillare in lui la convinzione di essere nel giusto. Fingersi disabile, paralitico, per saltare la coda alle casse del supermarket cominciava a sembrargli davvero disonesto. Nulla di illecito, per carità, ma da quando aveva conosciuto Giulia, gli sembrò di dovere qualche cosa al mondo, a quella natura che gli aveva donato un sogno, una donna, di tale bellezza. E quel mondo meritava in cambio la sua onestà, ora. Sarebbe stato difficile spiegare a decine e decine di persone quanto era accaduto.
Passò la serata a pensare come fare. A pensare che, in fondo, se si fosse presentato senza carrozzella avrebbe avuto maggiori possibilità di successo con Giulia.
Immaginò un pentimento in pubblico, davanti a tutti: cassiere, clienti, direttore del supermarket. Ma poi sarebbe stato difficile ritornare a fare la spesa lì e il centro commerciale più vicino distava quasi tre chilometri. No, non era il modo migliore.
Dopo le ipotesi più strampalate, la cosa giusta, pensò, era simulare una guarigione in seguito a una fantomatica operazione.
Ebbene sì. Avrebbe detto a tutti che sarebbe partito per gli Stati Uniti, che si sarebbe sottoposto a una operazione chirurgica appena inventata da un dottorone alto e biondo, che l'aveva vista in tivù e via dicendo.
E così fece. Sparì per due settimane, durante le quali soffrì molto per la mancanza di Giulia. Ma bastava l'obiettivo che si era prefissato a farlo resistere.
Dopo di ché, un mercoledì, riapparve al supermercato. Per essere più credibile simulava una camminata stentata e gli si fecero incontro, festanti, un paio di cassiere, l'addetto alle pulizie, il salumiere. Perfino il direttore scese dal suo ufficio per congratularsi. La voce fece il giro delle corsie e tutti vollero dare una pacca sulla spalla a Ernesto, dargli la mano, salutarlo. Era una gioia.
Ora lui si sentiva in pace. Non doveva più fingere l'handicap e si ritrovò a pensare come era iniziato tutto questo, ma non riuscì. Sapeva solo che era iniziato perché odiava le code. E poi, dai, ormai lui aveva altro a cui pensare che la coda alla cassa. Lui doveva conquistare la sua Giulia.
Camminò lentamente fino alla cassa dove, come era giusto, nessuno lo fece passare. In fondo non era più un disabile. Lui notò la cosa e gli dette molto, molto fastidio. Ma ci si sarebbe abituato. Il problema ora era un altro. Giulia non c'era. Ernesto aspettò, fece qualche ronda per le corsie, sempre lentamente. Ma non la vide.
Solo dopo mezz'ora, quando lui ormai si era deciso a rimettersi in coda, lei arrivò. Come lo vide, gli sorrise e le si illuminarono gli occhi. I lacrimoni erano più che evidenti. Era talmente emozionata che non riusciva a dire una sola parola. Arrivarono alla cassa, lui la fece passare avanti, lei pagò, si girò verso di lui, gli sorrise e se ne andò.
Giulia percorse i pochi metri che separavano il supermercato da casa sua quasi di corsa. Stavolta era lei a essere visibilmente eccitata, quasi scossa. Salì le scale fino al primo piano, entrò in casa e gettò la spesa sul divano. Si sfilò il vestito leggero lasciandolo scivolare a terra, slacciò il reggiseno, le lacrime ora le rigavano il volto.
Si diede della stupida, non riusciva capire il perché di quel pianto, lieve ma di fatto incontrollabile.
Forse era perché un po' ci aveva preso gusto. Quei vestiti, le gonne, dovere apparire in un certo modo. Volerlo, anche, dopo un po'.
Tutto finito, non era più necessario. Soprattutto non era più utile.
Forse il suo era un un pianto liberatorio, perché comunque era una vera e propria tortura. Il busto, le scarpe col tacco, il reggiseno imbottito, le coppe in silicone. La voce in falsetto e radersi la barba fino quasi a scarnificarsi. Tutto per saltare la coda al supermercato.
Mentre si sfilava il tanga verde prato si guardò allo specchio e colse un velo di tristezza, come un senso di colpa per essersi preso gioco di qualcuno molto più sfortunato di lui.
Prese il cellulare, chiamò. "Amore, sono Giulio. Mentre arrivi, metto su la cena. Sì, sono arrivato solo adesso dal supermarket. Non ti dico la coda, oggi".

A costo di autoreferenziarmi, devo dire due cose, che è tanto che non ti sento, non ti leggo, non ti.
1) Questo racconto l'ho pensato oggi pomeriggio mentre ero in coda alla cassa dell'Esselunga di via dei Missaglia a Milano. Davanti a me stava un signore seduto su una carrozzella. Lì per lì mi sembrava tetraplegico. Mi ha smentito poco dopo quando davanti alle casse è passata una donna moooooolto appariscente. Si è girato su sé stesso, facendo forza sulle braccia. Da lì è partito tutto.
2) L'ho scritto in un'ora e non lo rileggerò subito. Con il ritmo con cui mi collego alla Rete, potrei scoprire solo fra un mese di avere scritto una lunga serie di strafalcioni. Per cui sono gradite osservazioni di carattere ortografico. Con l'unico fine di renderlo decente.

3) Stasera, venerdì 25 maggio, allo Spazio Civico di Casarile, alle porte di Milano, Fraps, Alladin, Narsil, io e altre fantastiche creature faremo quattro intermezzi comici. Non posso assicurarvi nulla. Magari sbaglieremo le battute topiche. Magari canneremo i tempi. Ma se volete avere una minima idea di cosa voglia dire avere un rillo che gira nudo per casa, se volete immaginare Narsil tra quarant'anni e Alladin negli agghiaccianti panni di una bimba petulante, beh, non mancate. E' pure gratis ed è alle 21.