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domenica, ottobre 30
Semplici sfoghi, piccoli rimedi.
Incredibile. Questo penserebbe il mio gastroenterologo se gli dicessi che sono guarito. Sei anni fa mi guardò come si guarda un vasetto di yogurt e mi disse: lei ha la rettocolite ulcerosa. - Va bene, gli risposi, lei è dottore, mi guarisca. - Non si guarisce dalla RCU. - Come non si guarisce? Mi immusonii. - No, le cause ci sono oscure. Lei fuma? Beve? Mangia? Tromba? Se la risposta è sì o anche no, statisticamente lei fa le stesse cose o, viceversa, cose del tutto diverse da quelle che fanno gli altri ventimila ammalati di RCU in Italia. Era quasi scocciato, come se la mia presenza avesse interrotto chissà che cosa. Si aggiustò il cavallo dei pantaloni e mi salutò senza guardarmi, impegnato forse com'era da qualcosa caduto sotto la sua scrivania. Così, da quel giorno, iniziai a inghiottire una serie di tre compresse giornaliere di Asacol, unico vero palliativo antisintomatico alla RCU. Ma come tutti i malati cronici, avevo un tarlo. Com'è possibile che una malattia che hanno altri ennemila italiani, questa non sia, non dico curabile, ma quanto meno sufficientemente conosciuta da averne indagato e scoperto le cause? Centrano, forse, le mazzette e le donnine allegre che i direttori commerciali delle case farmaceutiche 'girano' ai primari ospedalieri prima di passare a trovarli per ribadire con folclore che "Le assicuro professore, non c'è cura per la RCU. Continui pure a prescrivere Asacol". Digressione. Voi lo sapete come gira il giro degli ospedali? A parte le banalità da Striscia la notizia, dico, voi avete un amico che vende qualcosa negli ospedali? Si? Se vi è abbastanza amico vi avrà raccontato come fa a ottenere le forniture, no? E se lo avrà raccontato, con che fiducia entrate ancora in un ospedale? Io ce l'ho, questo amico, e quello che mi racconta mette i brividi. Con il dettaglio che lui mi fa anche i nomi e cognomi. E non posso dire neppure che eviterò di andare in cura da questi dottori, perché pure gli altri sono così. Tutti, nessuno escluso. Fine digressione. Insomma, il mio gastroenterologo che in cambio di un paio di viaggi in Kenia con l'amante, qualche notte al night, consistenti mazzette e una buona dose di donne disponibili forse fornite dalla ditta Giuliani, era davvero convinto che solo Asacol potesse assicurarmi una vita fuori da un bagno, esente da copiose defecazioni di sangue. Tranne, beh certo, qualche occasionale recidiva inevitabile. - Ma stia tranquillo, Rilletti, una bella rettocolonscopia e rimedieremo a tutto! Sembrava sicuro, e forse lo era. Il tempo passato in Kenia a spendere i soldi delle mazzette tra le pere di un paio di more lo aveva fatto riflettere. Sì, era davvero sicuro, nessun dubbio. E poi il buco per le rettocolonscopie era pur sempre il mio, non certo il suo. Passano cinque anni e un certo giorno, per caso e per motivi diversi dalla RCU, mi recai da un omeopata. Non importa chi, dirò solo che ad oggi per me è il migliore ed è buffo perché dice si possono curare un migliaio di polli d'allevamento proprio con l'omeopatia per dimostrare a Rosy Bindi che omeopatia non significa effetto placebo. Andai da lui e mi parlò di un po' di cose apparentemente effimere e parlando di me e dei miei vari problemi mi venne in mente che avevo la RCU. Glielo dissi e indagai il suo volto alla ricerca della inevitabile smorfia che avrebbe tradito la sua difficoltà di fronte a un caso inguaribile. Annotò la cosa con un bel sorriso, così come quello che fece quando gli dissi che mi ammazzavo di cioccolato e dolci in genere, che mi grattavo le gambe fino a scorticarmele, che amavo i seni enormi e altre cose che non capivo davvero che utilità avrebbero avuto nella diagnosi. Scrisse qualche cosa sul suo PC, poi alzò lo sguardo e mi disse una cosa che nessuno mi aveva mai detto prima: - Tu sei Staphysagria. Lì per lì rimasi basito, indeciso se rispondergli per le rime, consapevole, però, di non riuscire ad elevarmi al suo livello. Insultare in latino è cosa pregevole e per pochi. Seguì una breve lezione di omeopatia e la rapida stretta di mano con dentro il suo compenso. Iniziai a prendere i rimedi nelle dosi che via via lui suggeriva vuoi di persona, vuoi al telefono. Mi disse, questo ci tengo a dirlo, di non smettere con Asacol. Io non gli chiesi se mi avrebbe guarito e lui non me lo disse. Ma fu il suo silenzio in proposito che mi fece aderire alle sue indicazioni. E anche il prezzo della visita. Spesa la cifra, sarebbe stato stupido non provarci, vero? Dice il mio gastroenterologo che gli ammalati di RCU dosano da soli le compresse di Asacol di cui necessitano. Posso confermarlo perché io stesso mi trovavo a non prenderne per un giorno o a prenderne fino a quattro compresse. Lo facevo senza motivo, un po' anche per smemoratezza, certo. Posso altresì confermare la capacità dell'ammalato di RCU ad autoregolarsi la cura perché ad oggi, contro il consiglio dello stesso omeopata, sono ormai otto mesi che non prendo Asacol e non mi sono mai sentito così bene. Nessuna recidiva, nessun prurito alla pelle, fine di altri sintomi fastidiosi e minimi che tutti noi, mediamente, ci portiamo appresso. La morale? La morale non c'è. Ho chiamato l'omeopata quest'estate perché sentivo il bisogno di ringraziarlo. Lui disse che non dovevo ringraziare lui, che mi dava solo dei rimedi che non potevano essere che quelli, in quanto io per stare bene, avevo bisogno di quelli e di nient'altro. Se servisse a qualcosa, tornerei dal mio gastroenterologo e gli direi che in fondo la RCU non è altro che un fruncolo, una dermatite, uno sfogo come tanti altri, solo che fastidioso e cruento. Gli direi che sono otto mesi che non prendo Asacol e che il mio intestino non va solo bene, va benissimo. Ma so che lui non mi crederebbe. Troppi suoi esimi colleghi in ambito ospedaliero dicono che la RCU non si cura e che la mia guarigione è dovuta all'effetto placebo e che sarebbe meglio acquistare e ingoiare Asacol a chili. So anche che se mi sporgessi oltre la sua scrivania, scoprirei che cosa distraeva tanto la sua attenzione quando ci salutammo la prima volta, forse una penna rotolata lì sotto, forse una solerte donnina in ginocchio, camicia aperta sul davanti, badge Giuliani appuntato sul petto. O forse dovrei farlo per dare una mano a chi soffre dello stesso problema che assillava me. Ma sono pigro e poco fiducioso di riuscire a far capire che omeopatia non è magia nera e neppure acqua fresca ma vera e propria cura della persona, al di là dell'accanimento contro le sole malattia o sintomatologia. E sono poco fiducioso proprio perché io stesso ero scettico verso i metodi che non fossero tradizionali. Fino a prova contraria, ovviamente.
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venerdì, ottobre 21
Il salmone che leggeva tra manzi in amore. (*)
Quando il cameriere gli porse il menu, Temistocle Calzecchi ebbe un sussulto. Era andato in fissa da chissà quanto, partendo da un punto imprecisato posto tra la sedia del ciccione seduto al tavolo di fronte a lui e le gambe della cameriera bionda, per poi scivolare lungo l'antico e persiano tappeto fino a soffermarsi su un pomo d'ottone di stile incerto. Anemico. Ecco cos'era il cameriere che gli era toccato questo mercoledì sera. Bianco, bianco poco sano. Persino sudaticcio. Mentre sfogliava il menu, Temistocle rifletteva sull'inopportunità di assumere un cameriere sudaticcio ed ecco che già si era incantato nuovamente. Stavolta aveva glissato senza indugiare dal drappo cremisi, con un'orrenda passamaneria verde, al davanzale in Carrara molato. - Liscio - disse ad alta voce e arrossì della sua debolezza, temendo di essere stato notato dagli altri clienti. Il cameriere che gli stava porgendo l'aperitivo omaggio del ristorante considerò il ghiaccio nel bicchiere, tornò sui suoi passi fino in cucina e non visto infilò le dita per pescare i due cubetti di ghiaccio a forma di salmone. L'aperitivo lo voleva liscio, il signor Temistocle. Temistocle decise che il cameriere si doveva chiamare Efrem perché era sicuro che quell'uomo, prima di un bianco lampreda, ora ceruleo come le cornee di un cavedano, non doveva appartenere alla specie umana. Quando il cameriere tornò, Temistocle ordinò trancio di salmone con contorno di carote e salsa al pepe ocra. Era così da quasi vent'anni. Una volta alla settimana, ogni mercoledì sera, Temistocle varcava l'ingresso del Rivablù e si regalava quella che lui amava definire una 'seratona'. E ogni mercoledì sera, da quasi vent'anni, lasciava da pagare la cena sul suo conto, il conto di Temistocle Calzecchi che fino a quella sera vantava il triste record in dare di poco più di ventimila euro. Per nulla turbato di quel debito, Temistocle ordinò pure una bottiglia di Buttafuoco che, diceva lui, era la morte sua insieme al salmone. Il Rivablù non era un risotrante come gli altri. Ad esempio, si distingueva per un turnover molto spinto del personale, per il cambio di gestione appena semestrale e per la singolare caratteristica di mantenere, nonostante i continui cambiamenti, una policy culinaria orientata al salmone. Al Rivablù, infatti, potevi ordinare salmone cucinato e preparato in tutti i modi. Ma era solamente di mercoledì che la clientela, volendo, poteva gustare il favoloso trancio di salmone con contorno di carote e salsa al pepe ocra. E Temistocle era in prima linea, ogni mercoledì. Alle 19.00, orario di apertura della sala, era fuori della porta in attesa da almeno dieci minuti. Per lui era facile perché usciva dall'ufficio alle 16,30. Dopodiché andava a trovare Berta De Bortoli, una vecchia e pia amica di quella buon'anima di sua madre alla quale aveva promesso, in punto di morte, di accudire in sua vece la vecchia Berta. Lo aveva fatto un po' perché a tua madre in punto di morte devi pur promettere qualche cosa e un po' perché la vecchia Berta era davvero vecchia e l'impegno, penso allora Temistocle, non si sarebbe protratto a lungo nel tempo. All'epoca della promessa, infatti, Berta aveva novantasei anni anche se nessuno poteva dire con certezza che quella fosse la sua verà età, poiché l'anagrafe del paesino in cui nacque venne fatta saltare per aria dai partigiani. Con l'età lei ben presto cominciò a dimenticare tutto e a sotterrare tutti quelli che potevano ricordare i suoi anni. Secondo calcoli affidabili, Berta doveva avere quasi centotrent'anni! Temistocle si sorprese a ricalcolare per l'ennesima volta l'età della vecchia Berta e come ogni volta fece un cenno di diniego con la mano, quasi a rigettare altrove il pensiero. Per lui e per il vicinato, la vecchia Berta era solo vecchia. Niente età, quindi. Tutto questo, però, aveva costretto Temistocle ad accudire la vecchia Berta per oltre trent'anni. Quante rinunce, pur di mantenere la promessa fatta a sua madre. Ma il salmone, ah, il salmone! Il salmone non si toccava. Finito di fare le abluzioni alla vecchia Berta, sistemati tutti i casini che solo una donna di una certa esperienza può provocare, Temistocle scese in strada, andò a casa sua e si preparò per la 'seratona': pantaloni di velluto a coste blu, camicia celestina, cardigan grigio perla. Niente cravatta. Quando Efrem il cameriere gli porse il piatto di salmone, Temistocle notò che il pallore ceruleo aveva lasciato posto a un verde salvia. Quel cameriere non sarebbe durato a lungo. Forse ancora meno della media dei camerieri del Rivablù, pensò. Ma Temistocle non dava più molta importanza ai camerieri. Una volta era solito scambiarci quattro chiacchiere, fino quasi a diventarci amico. Ma poi si costrinse a evitare certe confidenze con persone che non avrebbe mai più rivisto e siccome era un uomo sensibile e sentimentale, beh, preferiva evitare quelle piccole scosse al cuore. Affondò il coltello nelle carni del salmone, non senza prima averlo ricoperto di alcuni fiammiferi di carota e avere asperso l'insieme di salsa al pepe ocra. Il tutto emanava un profumo come di paesaggio canadese. Ma prima di riuscire a imboccare la prima forchettata, il cameriere, ora colore ball d'asin, si avvicinò al suo tavolo, si guardò attorno con fare circospetto, si chinò verso di lui e gli sussurrò: 'Il pepe ocra non esiste'. Subito dopo si allontano, imboccò l'uscita e sparì. Temistocle rimase con la forchetta a mezz'aria, indeciso sul da farsi. Il nuovo titolare del Rivablù aveva osservato la scena e stava già assumendo un cameriere in sostituzione di Efrem. Se Temistocle avesse rimesso la forchetta sul piatto col boccone intatto, lui se ne sarebbe accorto, avrebbe sospettato qualcosa. Eppure la frase con cui Efrem si era congedato era perentoria: 'Il pepe ocra non esiste'. Questo, se fosse stato vero, avrebbe minato alla fondamenta tutto ciò in cui Temistocle aveva creduto negli ultimi vent'anni. Sette anni prima, pensate, aveva anche scritto una lettera di segnalazione al Gambero Rosso affinché prendesse in considerazione lo specialissimo piatto di salmone del Rivablù. Dalla redazione non arrivò risposta e per qualche mese Temistocle acquistò la rivista nella speranza di vedere se non proprio la sua lettera pubblicata, almeno un piccolo trafiletto. E così eccolo lì, il povero dottor Temistocle Calzecchi, con un boccone di salmone a metà strada tra piatto e palato. Il titolare del Rivablù si distrasse un attimo, giusto il tempo di firmare le carte per il cambio di gestione del locale, e Temistocle ne approfittò: con un rapido movimento rotatorio del polso fece cadere il boccone sulle sue gambe. Era un vero dolore per lui, anche in considerazione del fatto che un piatto del genere costava, solo lui, la bellezza di euro quindici. Ma tant'è, e si disse quello che si ripeteva da una vita, pagherò la prossima volta. Intanto le trattative per la nuova gestione sembravano arenarsi proprio sulla clausola Temistocle. L'attuale e ormai quasi futuro ex-proprietario insisteva sul vantaggio dell'avere un sospeso di tale importanza con un cliente, perché poteva essere dato come garanzia presso le banche in cambio di finanziamenti a tasso agevolato in caso di ristrutturazione del negozio o in caso di altre spese inaspettate. Fu così che Temistocle bevve l'aperitivo con un gestore e un cameriere diversi da quelli che l'avrebbero atteso all'uscita, dopo cena.Temistocle avrebbe dovuto rispiegare tutto daccapo, che lui quella sera non aveva dietro i contanti ma che tanto era lì una volta alla settimana da quasi vent'anni e che non avevano da temere alcun brutto tiro da parte sua, che il debito era elevato e che perciò conveniva loro dargli altro credito. Il nuovo-nuovo titolare lo squadrò dalla testa ai piedi mentre consegnava un euro di tfr tra le mani del nuovo e ormai ex cameriere. Mentre immaginava la scena, gli si fecero largo nella mente le ultime parole del cameriere Efrem, 'Il pepe ocra non esiste'. Temistocle si alzò, posò il tovagliolo sulla tovaglia e pensò ad alta voce che in fondo neppure lui si chiamava Temistocle Calzecchi e che il salmone gli era sempre rimasto sullo stomaco. Così infilò l'uscita e sparì forse per sempre. (*) Questo breve racconto, apparentemente privo di senso e pubblicato in prima bozza (scusa gli arrori, caro Zu), mi è stato ispirato da una saga di salmoni che ho trovato via copiascolla su falsoidillo e jorma e di cui non ho capito alcunché. Come al solito ci sono pezzettini di voi, di noi e anche un po' di me. Probabilmente alcuni degli amici più stretti si saranno riconosciuti chi nel Temistocle, chi nel cavedano. Sbagliano di grosso, loro sono il ristorante, dal primo all'ultimo. Efrem, invece, per me rappresenta quell'uomo o quella donna, quel gesto, quell'odore, quel colore o anche solo quel tramonto che con il suo apparire sparire ci ha rivelato la verità che sempre ci sfugge, lasciandoci l'amara sensazione che forse era meglio sospirare nella ricerca del sapere che sospirare per qualcosa che si è irrimediabilmente perduto, sapendolo.
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mercoledì, ottobre 19
La confraternita
Ieri ho avuto l'onore (e la forza) di essere preso a bastonate da copiascolla e supergigi. Sarà strano, ma mi è pure piaciuto.
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