RILLO BLOG

darò la colpa a qualcuno, per questo sorrido

lunedì, dicembre 27

 
Sono morto.
Sai di quel pezzo che avrei voluto mandare a qualcuno affinché potesse postarlo nel caso io fossi morto così, all'improvviso, senza nemmeno la possibilità di accedere a Blogger per qualche minutino? L'ho buttato per sempre perché con il tempo, infatti, l'ho trovato inutile.
Lungi da me l'illusione di essere immortale, fino a prova contraria avrò avuto comunque sempre il beneficio del dubbio.
E così, nella previsione di dovermi fare carico di una vita pressoché eterna (metto, certamente, nel conto una futura quanto remota fine geologica del nostro pianeta) è toccato inventarmi una riedizione di frammenti del mio eterno esistere sì da non tediarmi durante questo lungo viaggio, a voi e a me.
Sempre Rillo sono, sempre respiro, sempre rosa il mio capo calvo. Sempre, sempre, sempre. E che noia, dai!
Di buono c'è che in questo viaggio ho trovato l'anima gemella (sì, esiste) e che con lei ho generato due bambini che sì, ci costano un tantino in termini di sovrattassa ambientale (abbiamo strappato il nostro ultimo bonus-decibel venerdì scorso), ma che non hanno rivali in termini di gioia in una vita intera, per quanto questa possa essere eterna.
Come dire, ora toccherà a loro, i vecchi si tirino indietro. Noi li abbiamo sfamati, cresciuti, in parte educati e ancora li avremo intorno per parecchio tempo.
Ma io sono immortale, fino a prova contraria, giusto? Li vedrei crescere, vivere e infine morire. Meno bello, questo. Perché non ci dev'essere nulla di peggio in una vita, per quanto eterna, che sopravvivere ai propri figli.

Sono tredici anni che lavoro tra editoria e pubblicità, ne ho viste di ogni dai più disparati punti di vista. Ma l'ultimo anno è stato noioso, vuoto e non certo per colpa dell'agenzia in cui lavoro. Ero io a non essere motivato. Mi alzavo e andavo in agenzia contento, eppure un velo di insoddisfazione si materializzava sempre più spesso, sempre più opaco e non trovavo il varco per aprire quel cupo sipario.

Da due anni pensavo di uccidermi. Dapprima solo da brillo, poi anche da sobrio. Negli ultimi mesi lo ripetevo ad alta voce, facendomi sentire da Eva e dagli amici. E a furia di ripetermelo mi ci sono convinto, nonostante i tanti, troppi dubbi.
Mi dicevo che così facendo avrei perso tanto, una vita intera, quasi due per l'intensità con la quale l'ho vissuta: gli amici conosciuti grazie alla Rete e al mio lavoro, le attività in Rete, quelle ludiche e quelle luride, il blog, i vostri blog, le parole, le vostre parole. In sostanza il pane quotidiano di letture, pensieri, confronti che mi hanno permesso una crescita interiore inaspettata, proprio quando un uomo di 34 anni e due figli potrebbe illudersi di non avere quasi più nulla da imparare o di cui sorprendersi.

Ma non perderò tutto questo. Non si butta via niente, nemmeno da morti.

Non ero felice, non pìù, non mi bastava ed ero stanco di reinventarmi ogni tanto un nuovo espediente, dover dipendere da qualcun'altro per il mio esistere, dover chiedere sempre scusa posso. Ma. No. Sì. Se.
E così ho deciso di morire, addormentare una parte di me, lasciarla decantare, forse per sempre (tanto tempo ne ho), per fare risvegliare l'altro Rillo, quello che già fu, quello che mollò una vita precedente a malincuore, per iniziarne una scandita da parentesi di felicità interrotte da soffocanti istinti di fuga il cui esito era inevitabilmente il proverbiale taglio della corda.
Ma questa corda sarà l'ultima, non cambierò più idea. Certo, lo dico sempre e ogni volta sono sincero e, infatti, intimamente so bene che i miei ultimi minuti di vita avranno una forma che ora non posso nemmeno immaginare: sarò giocoliere, forse nonno, giocatore di bocce o stradino (tu sai com'è morire veramente?).

Ne ho già parlato agli amici più fidati, di quelli che non ti ostacolano se ti vedono determinato e ho fatto alcune prove dal vero di ciò che sarà da dopo morto. Ho simulato in scala ridotta il futuro impastando pigmenti e colle e polveri e mestiere. C'è chi ha compreso, chi ha cercato di farmi ragionare facendomi domande di cui lo ringrazio: il dubbio ha rafforzato il desiderio di addormentarmi e così rinascere.

Non taglio col passato, non del tutto, il blog ad esempio rimarrà e andrà avanti, magari a spinta, ma avanti. Ciò che ho appreso in questa vita mi ha migliorato in ogni senso e a favore del poi: un immenso e sempre vario de ja vu. Sarò migliore, migliore sarà il mio tempo, migliore sarà il mio umore quando i miei figli mi chiederanno di esserci e io potrò rispondere sì, senza ma, senza se.
Migliore quando potrò dire il mio tempo vale un Samuele, una Beatrice o anche solamente una giornata da solo per funghi: prendere o lasciare. Migliore quando dirò no senza rimorsi. Migliore perché nessuno mi può togliere ciò che imparerò nel frattempo.

Giovedì consegnerò la mia ultima campagna pubblicitaria in agenzia, una campagna per un software del Sole24 ORE, poi tutto sarà finzione e inganno. Torno indietro per rinascere, riprendo in mano i colori e gli spazi immensi per sfogare questa irrequietezza che rivedo centuplicata e migliore nei salti di mio figlio. Rillo muore, viva Rillo.

(rif.Tintemosse, tromp-l'oeil, decorazioni e altro)
 

 

domenica, dicembre 19

 
E voi, come vi sentite?
Sempre a proposito di pubblicità stronze, sarò pignolo, ma fate caso allo spot Vodafone, quello natalizio. Non l'avete visto? Ve lo descrivo, è un ottimo spunto di riflessione.
Esterno notte: una cittadina addobbata a festa con luminarie intermittenti e alberi di Natale quasi ovunque, è testimone dello shopping di quella gran paraculo di Megan Gale. Tutti sono sorridenti e nessuno va di fretta. Tutti, immagino, hanno trovato parcheggio o, in pochi minuti, un mezzo pubblico sul quale sedersi comodamente per raggiungere le vie del centro. Un nonno, un bambino, ragazzi sparsi, si conoscono tutti.
L'atmosfera ricorda, per chi ne fu testimone, quella della Milano di metà anni '80 in cui in molti potevano disporre di un reddito che gli permetteva di fare regali futili o utili a quasi tutti i propri parenti e amici. E magari di comprarsi qualcosa per sé.
Confrontata all'attuale atmosfera natalizia di Milano, l'immagine è impietosa e sottolinea ancora di più quello che è in realtà il clima attuale vicino al Natale sì degli anni '80, ma polacco. Gente vestita pesante ma poco elegante scruta le vetrine ben sapendo, ancora prima di avvicinarcisi, che non potrà acquistare un bel nulla. Qualcuno osa e fa lo sborone perché Natale è Natale, ma la pagherà in seguito. Altri vagano per i centri comerciali senza acquistare nulla perché sono ormai incapaci di immaginare una meta alternativa di maggiore stimolo intellettivo.
Megane, dicevo, sorride e, lo capiamo, acquista e, ovviamente, ha un cellulare attaccato all'orecchio. Vaga sorridente per le vie e incrocia un amico che la saluta passando. Lei è al telefono. Poi incontra altra gente e la saluta. Sempre sta attaccata al telefono. Infine si avvicina a una bambina, si abbassa per abbracciarla e le sorride. Sempre al telefono.
Ora. Capisco che il termine teledipendente negli spot di Tre possa avere un'accezione goliardica. Capisco anche che il jingle dello spot del SuperMag, per amore di rima, abbia sdoganato la parola figata come un comune aggettivo qualificativo ("...che figata la barretta filettata!" avete presente, no?).
Ma posso dire di come mi sento vedendo una che sta tutto il tempo attaccata al telefono, senza il minimo senso dell'educazione per chi non aveva la minima intenzione di avvicinarla ma che si è visto avvicinare da una che imperterrita gli parla mentre si intrattiene con qualcun altro al telefono?
Posso dire come mi sento?
Mi sento migliore.
E anche contento che non esista solo negli spot, gente simile. Proprio perché senza alcuna fatica, solo sposando dei basilari principi di educazione, io ne esco migliore. Potrei scorreggiare a tavola, ruttare in faccia ai miei commensali e ancora avrei punti da dare a Megane in quanto a galateo, perché rutti e scorregge sono fenomeni quasi incontrollabili del nostro corpo.
Mi diceva Pecio, quando stavamo fuori dal bar a fianco della compagnia dei tossici che era giusto che ci fossero anche loro "perché se no saremo noi gli ultimi".
Non voglio dire che chi usa Vodafone si debba sentire cafone come la Megane, per fortuna l'immedesimazione nel testimonial è cosa rara. Ma chiedo un favore: alla prossima telefonata che fate al centro assistenza Vodafone, potete iniziare la chiacchierata con un sonoro ruttone? Giusto per far capire loro che avete capito il messaggio.
 

 

martedì, dicembre 7

 
Per sposarla ci ho messo meno.
Sono mesi che le chiedo di linkarla. Poi tutt'a un tratto ha detto sì.
E così anche Eva ce l'ha. Di traverso, ma ce l'ha.
 

 

venerdì, dicembre 3

 
E se lo imbavagliassimo?
Possono essere soddisfazioni i progressi fulminanti di Samuele, sia quelli scolastici, sia quelli comportamentali, come se sbloccando i primi, il resto si sia sistemato da sé.
Ma c'è il rovescio, come in tutto.
C'è che Samuele è tormentato e a volte da domandone cosmiche a cui spesso sfuggiamo, non perché non si abbia voglia di confrontarci con lui, ma pìerché proprio siamo esausti.
Tipo: Perché Dio è uno e trino?.
È tormentato dalle domande che si pone, di cui ascolta la risposta mentre elabora la domanda successiva di solito pertinente a un altro argomento. E così mentre rispondi alla seconda ti incalza con una terza riguardante il primo argomento e così la discussione si dipana su due piani distinti: Dio e i Pòkemon. Come quando chatti con uno di due cose diverse, solo che Samuele è lì che parla pipipipipipipipipipippi che sembra una macchina.
E magari sei in automobile e non hai via di scampo e vorresti almeno sentire il rumore del motore, giusto per sapere quando cambiare marcia.
Eva in questi casi finge di dormire e contempla il paesaggio dal finestrino. Si guarda bene dal muovere un solo muscolo ma ha gli occhi aperti e in quel momento è in viaggio verso qualche isola caraibica. Quindi tocca a me:

- Samuele, per favore, io ti voglio bene, ma fammi un regalo, ti va?
- Quale?
- Il silenzio
- Impossibile. Non ci riesco.
- Tutto è possibile. Pensa a una canzoncina, canticchiatela in testa.
- Ad esempio?
- Che ne so, fai 44 gatti
- Uhm, ci provo. Però dopo mi rispondi? Per quella faccenda di Dio, intendo.
- Sì, dopo, dopo.
- ...
- ...
- Papà, ma...
- Samuele, ti scongiuro, ti ho chiesto solo qualche secondo di silenzio, ci riesci?
- Ci provo, ma non ci sono mai riuscito finora.
- Lo sappiamo. Provaci ancora. Canta in silenzio.
- ...però ho una cosa da chiederti. Ti giuro: l'ultima!
- E va bene, dimmi...
- Ma perché i gatti non si mettono in fila per quattro, che fanno le righe tutte uguali? E poi, scusa, se si mettono in fila per sei non fanno la fila troppo larga? E se la strada si stringe non ci passano e in più gli ultimi due si sentono, come si dice?, beh ora non mi viene, comunque si sentono soli e quindipipipipipipi-pipipipipipi-pipipipipipi-pippippipippiipi
(ad libitum)

Sospiro e guardo la nuvoletta del sogno ad occhi aperti di Eva, le stringo la mano come se fossimo in aeroplano lei e io da soli. Visualizzo prima il viaggio e infine la tanto agognata meta: spiaggia bianca, mare cristallino e un silenzio che ci ucciderebbe come una dose letale di eroina.