RILLO BLOG

darò la colpa a qualcuno, per questo sorrido

lunedì, novembre 29

 
Dipendenza e deficienza.
Spin, nei commenti al post precedente, si chiede perché etichettare come "teledeficiente" (termine introdotto da ZioMasciu) colui che guarda la televisione, magari con programmi molto belli (cito, per me, molta parte di Rai Educational) e dire che chi legge un libro è, invece, intelligente, quando magari questo libro è un banalissimo Harmony o un fumetto.
Io, a dire il vero non ero partito da quei presupposti, ma si sa che i commenti evolvono indipendentemente dal post che li precede.
Tutto questo merita una riflessione del tutto personale che non chiedo a nessuno di leggere fino in fondo. Ho un po' di tempo e lo impiego scrivendo, tutto qui.

Io non ho la tv satellitare, né tantomeno il servizio digitale terrestre: costa dei soldi, e pagare per una tv che non vedrei non lo trovo corretto nei confronti del portafoglio.
La conseguenza è che io accendo la televisione e ad ogni ora del giorno e della notte il 95% trovo un palinsesto che è spazzatura vera e propria.
Il mio pensiero parte, quindi, da questo tipo di televisione e questa dovrà rimanere una costante per tutto il post. Io ho solo la tv "tradizionale".
Eva, invece, apprezza parte della pattumiera che gira in Tv, dice che la rilassano. La guardo strano, la amo e quindi ci tengo al suo bel cervello.
Ognuno è libero di fare ciò che vuole e mi tranquillizzo anche perché poi scopro che in realtà anche lei piglia per il culo sceneggiatori, autori e conduttori di quella tv spazzatura. Insomma, è critica. Però accetta di perdere (passare) il suo tempo davanti a qualche cosa che non le darà nulla di più di una buona ora di sonno (per me dà anche molto meno).
Facendo un paragone, è come se io trovassi noioso passare l'aspirapolvere in un punto del pavimento in cui non ci sia polvere: sarebbe anche inutile. Però lo faccio lo stesso, perché si fa meno fatica che fare qualche altra cosa (magari fare i letti) e non fa pensare.
Poi, ancora, parlando con lei, magari la sera, introduco un argomento che non siano i figli o i nostri sogni o altro ancora e parlo, magari, di politica (lo faccio di rado, con lei) e scopro che, di quello, lei non ha che una infarinatura incompleta e spesso folcloristica. Normale, mi ridico, perché il trucco per sdrammatizzare un avvenimento è portarlo al paradosso, al comico, sdoganarlo come folcloristico, vedi razzismo e populismo leghisti conditi con cori e sagre di paese a livello nazionale, un'anticamera pericolosa di un nuovo tipo di fascismo.
Eva, insomma, continua ad avere senso critico, ma guardando Costanzo o Porta a Porta o Verissimo o cose ancora meno serie come Studio Aperto si nega un'alternativa: ricercare.
Prendiamo, infatti, Studio Aperto. Ieri eravamo lei e io in casa da soli e abbiamo acceso proprio in cerca di un telegiornale. Studio aperto. Che non ho mai visto, causa orari incompatibili con i miei. Ebbene, durante l'arco di tutto il tg, più che delle pere di una modella, il culo dell'altra e il Grande Fratello non si è detto. Io, digiuno di GF, modelle e vip, ero disorientato prima, schifato poi. Questo è il telegiornale che si merita l'utente di Italia Uno, ho pensato.
Poi ho riflettuto sul fatto che molta parte degli altri tg nazionali sono così e ho tirato le somme, ben sapendo che la mia fiducia nel fatto che non esista una maggioranza che guarda tali programmi è del tutto infondata.
Questa maggioranza esiste e vota al Grande Fratello, poi guarda Studio Aperto e non saprà mai che tra poco i magistrati saranno un po' meno indipendenti dal potere politico e che lo stato di diritto sarà così ancora un po' meno di diritto per qualcuno e di più per altri. Ma costoro se ne sbattono: il Grande Fratello va avanti e in fondo la crisi economica è cosa troppo grande per poterla cambiare, le cose vanno così e così devono andare, se qualcuno ha deciso così, così è giusto. Accendi su Costanzo, và.
Ma, qui si parla anche di divertimento: la televisione come divertimento, oltre che come mezzo per l'informazione e la cultura.
Ebbene, la maggiore parte dei programmi di intrattenimento o comici a me non fanno ridere, ma nemmeno un po'. Eppure apprezzo la comicità. Ho amici che mi fanno ridere con un solo cenno del capo, rido alle barzellette, rido alle battute nelle commedie, mi emoziono per i film drammatici, rido per i casi paradossali della vita, per un bel libro. Rido della vita in generale, ma la tv di intrattenimento, quasi tutta, non mi fa ridere. Mi fa piangere, mi fa tristezza, ancora di più se penso che è stata fatta per fare ridere e che c'è qualcuno che davvero ride e annuisce e si commuove per le carrambate della De Filippi. Prendete Striscia la Notizia: a voi fa ridere? Ha mai fatto ridere? Conoscete qualcuno che abbia mai riso di gusto per una battuta di Striscia la Notizia? Intendo, più di una volta al mese.
Non vi siete mai chiesti come mai i tapiri d'oro fiocchino a quel modo ma mai dove dovrebbero andare, quanto meno per priorità e urgenza?
Mi fa ancora più tristezza se penso che, quindi, la tv che io definisco trash è lo specchio della società, di quel tipo di società di utenti che la segue. Capisco, quindi, come mai io non riesca a legare con i colleghi che guardano solo la tv: loro e io abbiamo poco o nulla da condividere. Per me il coccodrillo che si è mangiato un postino a Park Avenue non è nulla e nemmeno la Bellucci che fa la mamma sull'isola dei famosi mi turba, perché io la Bellucci la volevo sposare nel 1987 quando la conoscevano in pochi e invece le nostre vite non si sono mai incrociate.
Aggiungici che non seguo il calcio, sono uno di quegli sfigati che quando molti maschi parlano di calcio, non può che limitarsi al silenzio o alla battuta sugli undici pareggi dell'Inter. Ciò che so del calcio lo so dal Bellacci e dai suoi post.
Insomma, non ho tempo di aspettare che in tv diano programmi adatti a me: so che lo fanno, ma preferisco cercarmi ciò che cerco quando lo cerco e ho tempo di farlo (sono un papà e come tale pure io non ne ho molto per me solo). In genere mi rivolgo a libri, cd musicali, hobby di varia natura e, prima di tutto, la compagnia di Eva e degli amici, i quali mi danno piacere e divertimento ed emozioni, senza interruzioni pubblicitarie.

Tutto questo mio scrivere ha preso piede da un termine che non ho usato io, ma che ho sentito in uno spot di Tre: teledipendente.
Il teledipendente non è uno che si limita a guardare la televisione. Il teledipendente è colui che non può fare a meno di guardare la televisione e lo deve fare ogni qual volta riesca a farlo. Come il tossicodipendente o l'alcolista, il teledipendente vive in relazione all'oggetto della sua brama: la televisione.
Esistono dei centri di recupero per i teledipendenti e non è una bella cosa che debbano esserci.
Ribadisco, pertanto, e affinché anche sui blog non si perda il senso delle parole, che teledipendente ha un'accezione negativa e ciò non lo credo opinabile per noi che ancora manteniamo un giudizio. Che poi in tv la mettano giù col sorriso, questo è un altro conto, in fondo è tre anni che Berlusconi sorride mentre ce lo picchia dietro.

Veniamo allo spot e al post di Aladin. È vero e lo sapevo già: non rappresento l'acquirente di Tre per diversi motivi:
- ho già un telefonino Tre in casa e quel servizio funziona che è uno scandalo: le parole arrivano una si e una no, le immagini sono frammentate in maniera eccessiva, un po' poco per la terza generazione. Se dovessi farmi capire dal target di massa, direi che fa cagare, e dategli pure il peso che volete al termine;
- uso il telefono per farne ciò a cui, in tempi nemmeno troppo antichi, era destinato, ovvero ricevere e trasmettere informazioni dai miei amici e conoscenti (ora anche tramite parole scritte, via sms);
- sono poco affascinato dalla tecnologia proposta come status symbol, di più da quella utile (per esempio, la macchina perfetta per me non è quella piena di elettronica, ma quella che si accende ogni qual volta io lo voglia e che mi porta dove voglio al costo economico e ambientale più basso possibile);
- credo ancora al rapporto e al dialogo tra genitori e figli (perlomeno i miei) e quando vedo che in ascensore la figlia di Amendola si mette a chiacchierare con amiche e fidanzati ignorando il padre e lui sbuffa sorridente, mi viene voglia di prenderli a schiaffi entrambi: lei perché è una cafona, lui perché qualche colpa l'avrà pure, è sua figlia. Se non approfittano di un'ascensore bloccata per spegnere il cellulare scambiarsi due parole, quando mai parleranno più? (ovvio sia che mi riferisco ai personaggi da loro interpretati);

Aladin, mi esclude dal target di riferimento dello spot Tre per un motivo conclamato: dò peso alle parole (ed ecco il motivo per cui eviterei i telefonini con le figure, perché cercherei subito le didascalie).
È vero, dò peso alle parole, per me sono importanti. Per me un giornalista che sbaglia per tre volte in uno stesso servizio la stessa parola, merita un richiamo ufficiale dall'Ordine la prima volta, la radiazione e il ritiro della licenza di terza media la seconda volta. E su RaiDue è successo per due volte in un giorno.
Per me potere ribattere e discutere, interrompere e opinare, pensarci sopra e dibattere è vitale. Già siamo condannati a morte certa per capriccio divino o peccato adamitico, se poi dobbiamo passare la vita a subire pure le parole altrui da una lastra di cristallo, ebbene, non sarà stata una vita degna di essere vissuta.

La televisione per come è ora, quella tradizionale, mi dispiace dirlo ma non fa evolvere la società, non porta ad alcun confronto sociale e personale e, se se ne abusa, diventa perfino nociva: isola, rende ciechi e, in ultima istanza, deficienti, dove intendo deficitari di capacità di giudizio, vuoi per senno, vuoi per mancanza di strumenti (i quali vengono volontariamente celati e resi inaccessibili). Se poi ci si vuole annullare e non pensare a nulla, consiglio una bella scopata o, in mancanza di materiale umano disponibile, un bel bagno caldo, candele, musichetta e occhi chiusi.
Ogni tanto guardo anche io la televisione, ma devo avere fortuna e sperare che ci sia ciò che mi interessa quando posso accenderla e di solito è già l'una di notte e più che tette e culi non ci sono.

La questione, insomma, non è libro versus televisione, ma quale televisione, visto che questa non ci porta comunque alla possibilità di ribattere all'autore, perché questo non esiste. La televisione, è vero, è lo specchio della società. Dove il governo del palinsesto non è deciso da uno, ma da tanti, tutti ugualmente irresponsabili. La televisione sbaglia? Non è colpa di nessuno, troppa gente che ci lavora dentro per individuare un colpevole e poi gli utenti hanno deciso così.
Se invece l'autore di un libro scrive una bestialità o una cosa sublime, posso rintracciarne l'indirizzo e scriverglielo, sperando in una risposta che, ne sono certo, non tarderebbe ad arrivare.

Concludo spezzando una lancia a favore del libro, alla parola scritta, portando una testimonianza diretta.
Alle superiori smisi di studiare e andai a lavorare e così fu per qualche anno. Poi, dopo avere divorato centinaia di Diabolik e Alan Ford, mia sorella mi regalò un libro, Momo, che lessi in una notte. Poi tornai da mia sorella e le dissi più o meno: bello questo "coso", ne hai altri? Me ne diede altri e cominciai a leggere: lo facevo di notte, che di giorno lavoravo. Ero così stanco che spesso mi risvegliavo la mattina in poltrona con i libri aperti tra le mani, dormivo qualche ora, ma mi bastava, ora come ora me ne bastano quattro o cinque per stare bene. Poi cambiai genere e mi buttai sulla fantascienza e, grazie ad Asimov, mi appassionai alla biologia e poi alla fisica. Comprai due suoi libri di divulgazione. Poi mi dissi: quante cose mi sono perso? Quanto non so?
Tornai a studiare con un'altra testa. Mi diplomai e mi iscrissi a Lettere, ma poi iniziai a lavorare e smisi di frequentarla ben consapevole della possibilità di riprenderla in qualunque momento potrò e vorrò farlo perché, ancora oggi, io mi chiedo (e sono partito da Diabolik): quante cose mi sono perso? Quanto non so?
E la risposta non la trovo certo nei libri, anzi. Più leggo più mi confondo ed è facile scoraggiarsi: ogni volta trovo risposte che mi scatenano altre domande alle quali dò altre risposte. E poi ancora domande e ricerche e riflessioni. Sono inquieto e il libro, l'incontro con la gente, la possibilità di ribattere e chiudere e riaprire le pagine, sono il mio apparato necessario al volo, volo che la televisione non mi permette neppure di immaginare perché me lo rappresenta già bell'e che fatto, così come qualcun altro ha deciso che dovesse essere rappresentato.
Penso che se ci fosse stata la televisione, gente come Salgari non avrebbe nemmeno iniziato a scrivere ciò che scrisse, questo è poco, ma sicuro.
 

 

venerdì, novembre 26

 
È solo una sfigata...
Allora, c'è lo spot di Tre (servizi Umts) in cui Amendola chiede a sua figlia quale regalo dovrebbe comprare per il compleanno di una parente. La figliola gli risponde qualche cosa tipo: ma come, lo sai che lei è teledipendente!
E allora lui trova la soluzione: le regaliamo il telefonino di Tre!
Sono rimasto interdetto.
Ora, va bene tutto, ma io, e credo di non essere il solo, ho sempre associato la dipendenza a una tara psicologica, spesso una patologia da curarsi, lesiva per il sé in quanto causa di abusi ed eccessi. La teledipendenza, poi, la giudico male. Per me un teledipendente non è malato, è un solo un po' sfigato.
Ho provato tristezza per quella ragazza che per Amendola e figlia è solo una povera teledipendente per la quale cura e affetto umano non contano affatto. Diamole la tv portatile, così anche quando verrà a trovarci non romperà il cazzo e si guarderà in totale solitudine il suo stronzissimo cellulare di Tre.
Guai a farla uscire, guai a portarla al parco, a divertirsi all'aperto.
Meglio il telefonino di Tre, tanto è sfigata.
A mio modesto parere, questo spot è un vero e proprio boomerang.
 

 

 
Dancing - tananananna - dancing - parappà.
Anni fa, Eva e io prendemmo lezioni di ballo liscio e da sala da mia madre e dal suo socio. Ricordo il mio irrigidimento e il mio imbarazzo, temevo sguardi di riprovazione da parte degli altri allievi del corso. Poi cominciai a guardarmi intorno e notai che tanti erano messi come me, se non peggio. La differenza tra me e loro, però, stava tutta nel fregarsene: mentre io ero preoccupato di fare la figura del legno (quale ero), quelli si gettavano nella mischia consapevoli che in realtà quasi nessuno stava a guardarli tranne me. Poi piano piano, spinto anche dall'entusiasmo di Eva e dalla sua naturale predisposizione al ballo, mi sciolsi, giusto in tempo per interrompere il corso causa prole, se non erro. Risultato: Eva, ancora oggi, si ricorda esattamente tutto ciò che apprese allora, io, invece, ho messo tutto in quell'angolino protetto del cervello in cui ho messo il tuo numero di telefono, il tuo volto, il nostro primo incontro oppure quella cosa che mi hai chiesto via e-mail e di cui mi hai sollecitato la risposta scrivendomi solamente:
allora? cosa ne pensi? e di cui non avrai mai una risposta. Perché di quell'angolino protetto del cervello ho perso la password, ovviamente.
Malgrado ciò, udite udite, ho deciso che mi iscriverò a un ballo di latino americano. Abbiamo fatto la prima lezione di prova lunedì scorso, lezione in cui ho capito che il gap tra Eva e me persiste e raddoppia ad ogni ora di lezione che si fa insieme.
Altra cosa che ho capito, è che nel latino americano si sculetta di brutto: l'ideale per uno come me. Ma per chi abbia stomaco di amirare culi roteanti e sculettare a sua volta, potrebbe tranquillamente affrontare un corso del genere e "slisare" con una terapia d'urto la propria timidezza. E che non si preocccupi più di tanto perché c'è sempre chi il culo lo usa peggio di lui e non se ne vergogna affatto. Potrebbe addirittura venire da noi, allo stesso corso, a Binasco (mi faccia sapere, sarebbe buffo conoscersi sculettando).
Altra cosa ancora, ed è nota personale, abbiamo un'amica speciale che con un solo gesto (uno?), per lei apparentemente piccolo, per noi gigantesco, ci ha alleggerito il carico.
 

 

venerdì, novembre 19

 
Ti dicevo del sogno.
Sono in viaggio in sella a una moto verde, colline e buio intorno a me. Arrivo a un castello, ci entro e diventa una chiesa, sotto romanica, sopra è la Cappella dei Pazzi. Passo da una navata all'altra e questa è un chiostro a pianta rettangolare, il terreno in sassi di fiume. Salgo una scalinata larga 4, forse 5 metri, ora c'è un sole incredibile. Arrivo in cima e imbocco il camminamento: dietro i merli incontro Strelnik che mi chiede dove siano gli altri. Guardo in giù e vedo decine di persone col naso all'insù che ci salutano, credo siano blogger. Io proseguo e vado a salutare Monia. Arriva Strel con del vino, mi dice che è roba siciliana, sorseggiamo e beviamo ancora. Strel mi parla di Blob of the blog e lo fa con quel suo fare incalzante che lo fa paonazzo e ridanciano, poi ci guardiamo come se fossero passati secoli. Ubriachi, tutti e tre lanciamo torte alla panna giù dai torrioni e il castello si popola di migliaia di persone curiose.
 

 

giovedì, novembre 18

 
E non ho neppure comprato gli speroni.
Venerdì 18/11 Oggi alle 12,30 c'ho un BlogRodeo.
 

 

 
Sotto la lente - 2
Ancora 5 giorni di test per mio figlio.
Il primo responso recita più o meno così: "Sottoposto al test di Weschel, Samuele ha impiegato meno di 14 secondi per ingoiarsi la penna".
 

 

 
Ti telefonerò, prima o poi
Ciao di Vasco Rossi è capace di smuovere in me ricordi che ho sorprendentemente custodito chissà dove per tutto questo tempo..
 

 

 
Di seguito riporto la versione integrale del mio breve racconto per il BlogRodeo di ieri, prima del taglio necessario a rispettare il limite delle 300 battute.
Non ti sopporto più
La porta era rivestita con una pellicola Brico in finta radica di fattura economica: cinque euro per 25 metri quadrati di vorrei ma non posso adesivo. Il campanello denunciava anni di percosse e il bottone si intravvedeva appena, sotto un groviglio di fili elettrici e ciocche di peli e polvere. Franco si fermò a osservare il pianerottolo: un pavimento in marmo lurido raccontava di innumerevoli incontri, parole e sguardi fugaci; un vaso mezzo cioccato ospitava due mozziconi e uno stecco per ghiaccioli; le pareti giallognole erano indelebilmente segnate da macchie di muffa grigiastra e ultradecennale. Com'era tutto diverso da casa sua, dalle pareti appena tinteggiate di fresco, dalle piante così ben curate da Sabrina e dai profumi di campo che invadevano ogni angolo della loro perfetta piccola reggia.
Franco aveva trovato l'indirizzo su un quotidiano e si era segnato il numero. Quella mattina la telefonata era stata breve e disturbata, la voce dall'altro capo del telefono era affannosa e l'accento straniero non lo aveva aiutato a capire bene se il servizio che lui richiedeva veniva o meno erogato. Ma era atteso, che venisse pure.
Al pomeriggio, poi, aveva chiamato Sabrina dicendole che avrebbe ritardato di un'ora o poco più. Lei gli rispose "Va bene".
Rispondeva sempre "Va bene", Sabrina. A ben pensarci, in oltre vent'anni di matrimonio, non era mai successo che lei non rispondesse "Va bene" a qualunque richiesta lui facesse. Non avevano mai litigato e neppure, lo voglia il cielo, lui le aveva mai messo le mani addosso.
Esco. "Va bene".
Vorrei l'arrosto. "Va bene".
Vado allo stadio. "Va bene".
Ritarderò. "Va bene".
Mai una proposta, un'opposizione, un guizzo di vita. Solo "Va bene".
Esitò ancora per un minuto, poi suonò alla porta che si aprì immediatamente. Una donna orientale lo fece entrare con un inchino. Aveva i piedi scalzi e indossava una camicia da notte di raso color panna attraverso la quale si indovinava un seno generoso. Lo condusse in una stanza da letto e gli disse "Prima pagare". Lui la guardò a lungo, in silenzio, poi estrasse dalla tasca i soldi già contati e glieli diede. Lei sparì, forse per mettere al sicuro le banconote, poi rientrò, si spogliò e si sdraiò supina sul letto. Franco rimase qualche secondo a contemplare il corpo liscio e arrendevole che gli si offriva davanti. Quindi, come da accordi, cominciò a percuotere la donna di calci e pugni e a gridarle addosso tutte quelle cose taciute a sua moglie per oltre vent'anni.
 

 

mercoledì, novembre 17

 
Rossella
Se l'ha messo nel di dietro a un amico, immagino i riguardi che userà per il pubblico del suo telegiornale.
sezione: fossi in voi non mi chinerei
 

 

 
Il piano ha funzionato, fratello
Dice che Telecom ha vinto l'appalto per installare Enigma.
Dice che, cito, "Enigma intercetta tutto, dalle voci alle telefonate agli sms agli mms alle mail ai siti Internet, tutto digitalizzato, tutto caricato su un disco fisso con copia di backup a tutela dalle manipolazioni, tutto immediatamente riversabile a poliziotti e magistrati nei loro uffici a poche decine di metri o a centinaia di chilometri di distanza, flussi di dati criptati che viaggiano su linee dedicate con password d'accesso ai due lati."

Ebbene, ce l'abbiamo fatta. Dopo anni di utilizzo dapprima sommario e ora esclusivo della tecnologia informatica, possiamo finalmente tornare a utilizzare senza timore di intercettazione la posta ordinaria per scriverci i cazzi nostri, quelli veri.
 

 

 
Sotto la lente
Mio figlio Samuele l'hanno preso gli alieni del Fatebenefratelli e gli stanno facendo un sacco di test per guardargli nella zucca. Sospettano che sia un organismo vivente iperdotato. Evidentemente non l'hanno mai visto vestirsi al mattino.
 

 

martedì, novembre 16

 
Go-go-go-go-go-go!
Oggi BlogRodeo, alle undici in punto. O quasi.
Upload:
Qui, il mio contributo.
 

 

lunedì, novembre 15

 
Un post in prima fila
Ancora sul plagio, a casa di Sable.
 

 

 
La nascita dell'uomo collettivo
di zop

Questo è un racconto.
No.
È un frammento. E un viaggio.
Chi l'ha scritto, non lo posta. Chi lo posta, non l'ha scritto. Chi cerca il racconto, trova un percorso. Al viaggiatore, la ricerca del senso (di significato e direzione). Il racconto ha fine e inizio, ma forse li devi ancora scrivere tu.


Non è frutto del tuo pensiero quello che stai scrivendo in questo momento e
che rileggi compiaciuto. Credi davvero di avere scritto da solo queste
righe? Non ti accorgi che te le ho dettate?
Forse anche tu non ne sei consapevole. Non ancora.
Ma la storia dell'uomo collettivo è iniziata proprio attraverso di te che
stai scrivendo questo post. E la mia storia è anche la tua storia perché, se
guardi attentamente, oltre quel monitor scorgerai il tuo riflesso. Io sono
te e tu sei me. L'uomo collettivo ti comprende e ti supera allo stesso
tempo.

frammento precedente
frammento successivo


(era: Controllo satellitare Questo post ha una serratura a tempo, il personale non è in possesso delle
chiavi.)
 

 

venerdì, novembre 12

 
"C'è una norma di diritto naturale, che dice che se lo Stato ti chiede un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato, questa ti sembra una richiesta giusta, e glielo dai in cambio di servizi che lo Stato ti dà. Se lo Stato ti chiede di più, o molto di più, c'è una sopraffazione nei tuoi confronti e allora ti ingegni per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi, che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità, e che non ti fanno sentire intimamente colpevole."
(Silvio Berlusconi alla celebrazione del 230° anniversario di fondazione della Guardia di Finanza)


In sostanza, il capo dell'esecutivo italiano, il boss della sesta forza economica al mondo, il capo indiscusso della sessantaquattresima rappresentanza mondiale in termini di libertà di stampa (poco prima della Cina, almeno quello) ha esplicitato che è lecito, morale, naturale, pensare di evadere le tasse. Davanti alla GdF.
E loro zitti. Come i servi.

È un po' come se il preside del Parini dicesse davanti al consiglio dei docenti che è normale, lecito, naturale e, in sostanza, giusto per uno studente allagare un liceo quando, moralmente, avverte da sé l'ingiustizia di un compito in classe fuori tempo rispetto alla propria sudata preparazione. Ed è come se quelli, i docenti se ne stessero zitti, annullati dall'idiozia e dall'arroganza incredibilmente al potere. Come se fosse un sogno passeggero che sfumerà all'alba.
Invece è realtà.

Un saluto a Mentana che, per quanto servo, bene o male ha quasi sempre tenuto alla decenza. Con Rossella si cambia corso e d'ora in poi, forse, distinguere tra RaiUno, RaiDue, Rete Quattro, Italia Uno e Canale Cinque sarà solo una questione di logos in sovraimpressione.
Questo finché non saranno sostituiti da un'unica, gloriosa effige.
 

 

martedì, novembre 9

 
Rampe - Numero uno
Quella mattina Giuseppe Sarlitari decise di prendere le scale e di scendere sei rampe, non una di più, non una di meno.
Sulla prima rampa incontrò la portinaia, o era forse la donna delle pulizie, e guardandola pensò che poteva essere l'una e l'altra cosa insieme.
La donna era vestita come ci si aspetta che sia vestita la custode di un palazzo: una gonna marrone, larga e comoda, copriva stivaletti neri a tacco basso, una camicetta rosa faceva capolino da un golfino rosso e tutto era coperto da un grembiule blu. Giuseppe Sarlitari si fermò a metà scala, appena sopra di lei. Stava china e compiva un'operazione che al passante distratto poteva sembrare normale ma che a lui non sfuggì essere quantomeno originale: la scopa in una mano e la paletta nell'altra, la donna ramazzava un gradino sì e un gradino no. Finito di spazzare accuratamente un gradino sì, ne raccoglieva il risultato di polvere e insetti morti e lo rovesciava sul gradino no appena sottostante. L'operazione durava circa un paio di minuti e terminata questa, ne iniziava subito un'altra, del tutto identica, al successivo gradino sì. Nel discendere quel paio di scalini, la gonna della portinaia provocava uno spostamento d'aria sufficiente a ridistribuire uniformemente il montarozzo di rudo sul diaspro siciliano del gradino sì appena spazzato e anche sul gradino no. Giuseppe Sarlitari impiegò parecchio tempo a guardare l'attività di quella donna e a calcolare quanto potesse costare, ai singoli condomini, una custode che puliva e sporcava allo stesso tempo procurandosi, di fatto, lavoro per la giornata successiva e, quindi, un impiego sicuro. Ma poi considerò che in fondo, lui, non aveva mai partecipato delle spese per lo stipendio della portinaia e quindi, con permeeeesso, si fece largo e continuò a scendere la rampa numero uno. La portinaia non sembrò neppure notarlo e proseguì nella sua inutile operazione.
 

 

lunedì, novembre 8

 
Mica sei Berlusconi.
Tutto sommato è una buona giornata.
 

 

 
Io sono quello delle occasioni perdute.
Sono tornato in ufficio, la schiena è sempre stramba, ma sono in piedi.
Alla Blogfest sono andato, ma tra dolori e panico da folla non ho saputo mettere in fila due frasi sensate: ho, infatti, rivisto persone con le quali avrei voluto chiacchierare e non ce l'ho fatta, non ne sono stato capace. In più non stavo in piedi e mi infastidiva ogni minimo contatto fisico.
Mannaggiammé e alla mia sindrome da incomunicabilità. Nel mazzo ci metto pure quel "...davvero, non pensavo" detto al Neri dopo avergli fatto i complimenti per il suo racconto.