Di seguito riporto la versione integrale del mio breve racconto per il BlogRodeo di ieri, prima del taglio necessario a rispettare il limite delle 300 battute.
Non ti sopporto più
La porta era rivestita con una pellicola Brico in finta radica di fattura economica: cinque euro per 25 metri quadrati di vorrei ma non posso adesivo. Il campanello denunciava anni di percosse e il bottone si intravvedeva appena, sotto un groviglio di fili elettrici e ciocche di peli e polvere. Franco si fermò a osservare il pianerottolo: un pavimento in marmo lurido raccontava di innumerevoli incontri, parole e sguardi fugaci; un vaso mezzo cioccato ospitava due mozziconi e uno stecco per ghiaccioli; le pareti giallognole erano indelebilmente segnate da macchie di muffa grigiastra e ultradecennale. Com'era tutto diverso da casa sua, dalle pareti appena tinteggiate di fresco, dalle piante così ben curate da Sabrina e dai profumi di campo che invadevano ogni angolo della loro perfetta piccola reggia.
Franco aveva trovato l'indirizzo su un quotidiano e si era segnato il numero. Quella mattina la telefonata era stata breve e disturbata, la voce dall'altro capo del telefono era affannosa e l'accento straniero non lo aveva aiutato a capire bene se il servizio che lui richiedeva veniva o meno erogato. Ma era atteso, che venisse pure.
Al pomeriggio, poi, aveva chiamato Sabrina dicendole che avrebbe ritardato di un'ora o poco più. Lei gli rispose "Va bene".
Rispondeva sempre "Va bene", Sabrina. A ben pensarci, in oltre vent'anni di matrimonio, non era mai successo che lei non rispondesse "Va bene" a qualunque richiesta lui facesse. Non avevano mai litigato e neppure, lo voglia il cielo, lui le aveva mai messo le mani addosso.
Esco. "Va bene".
Vorrei l'arrosto. "Va bene".
Vado allo stadio. "Va bene".
Ritarderò. "Va bene".
Mai una proposta, un'opposizione, un guizzo di vita. Solo "Va bene".
Esitò ancora per un minuto, poi suonò alla porta che si aprì immediatamente. Una donna orientale lo fece entrare con un inchino. Aveva i piedi scalzi e indossava una camicia da notte di raso color panna attraverso la quale si indovinava un seno generoso. Lo condusse in una stanza da letto e gli disse "Prima pagare". Lui la guardò a lungo, in silenzio, poi estrasse dalla tasca i soldi già contati e glieli diede. Lei sparì, forse per mettere al sicuro le banconote, poi rientrò, si spogliò e si sdraiò supina sul letto. Franco rimase qualche secondo a contemplare il corpo liscio e arrendevole che gli si offriva davanti. Quindi, come da accordi, cominciò a percuotere la donna di calci e pugni e a gridarle addosso tutte quelle cose taciute a sua moglie per oltre vent'anni.
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