Il momento giusto
Credo di dovere cambiare vita, sai? Sto su una cima, una cima qualunque direbbe il passante, ma ora è la mia cima.
Noi altri dalle nostre cime ci guardiamo, facciamo ciao-ciao con la manina e anche con la voce, ma non ci sentiamo: troppo distanti. Piantiamo la nostra banderuola e per un po' stiamo soddisfatti nel vederla sbatacchiata da un vento che non conoscevamo, luccicare sotto questo sole che fa tutto più bello.
Poi, sopraffatti dal silenzio, rovistiamo nella bisaccia e ne tiriamo fuori un fornello. Ci cuciniamo fagioli e cotiche oppure scaldiamo una pasta che avevamo preparato prima di intraprendere la ventura. Mentre mangiamo osserviamo il panorama, tu il tuo, io il mio, accucciati su un masso e talvolta ci voltiamo per vedere se l'altro sta sempre lì o se è già ridisceso ben sapendo che no, nessuno di noi sarebbe così folle da ridiscendere. Perché, ci diciamo ogni volta, un panorama così non ci era mai stato dato di vederlo.
Terminato il nostro pranzo e sorseggiato un caffé solubile, se fumiamo ci facciamo pac-pac sulle tasche per trovare le Marlboro Light e aspiriamo. Soddisfatti.
Ma la cima, tolto il panorama, tolta l'emozione, tolto il vento e il sapore della sigaretta più buona degli ultimi due secoli, rimane una cima con il suo grave limite dell'essere culmine: è incapace di elevarsi oltre. Allora meditiamo la discesa, facciamo due conti per essere a valle entro sera, prima del buio e quando siamo rientrati in paese guardiamo con occhi diversi gli amici davanti al bar: loro non c'erano, loro non sanno.
Tu, io, solo apparentemente a valle, siamo in realtà ancora lassù, siamo l'asta di quella banderuola, siamo il pranzo consumato nel sibilo del vento, siamo il sole accecante, siamo il sudore e gli inciampi sulla pietraia. Siamo la solitudine di una cima con un panorama che non è solo il più bel panorama che ci è stato dato di vedere, ma è quello che d'ora in avanti avremo davanti agli occhi qualunque cosa decideremo di fare: scalare ancora, rimanere a valle, raggiungere una cima, magari la stessa, magari per sempre. Magari no.
Ieri ho indossato i pattini in linea che 'mi siamo' regalati. Una svolta per me che pattinavo dal 1986 con gli schettini tradizionali. Mario e Gigi, vedendomi con quei così buffi ai piedi mi hanno bighellonato: traditore. E così mi ci sentivo ancora prima e allora stamattina sono andato a salutare i vecchi pattini e ho detto loro che no, non li avrei abbandonati e che qualche volta li userò ancora giusto per non perderci il piede e riconoscere loro il ruolo di testimoni di un'età. Più d'una, direi. E ho rivisto le foto su otto-ruote.it, riguardando i volti di noi che eravamo e facendomi le solite domande per ogni nome che mi si ripresentava in testa: chissà dov'è, chissà cosa fa, chissà se c'è ancora.
Medito di raccontartela la mia cima prima o poi, che per me sarà stata più ardua da raggiungere della tua e viceversa sarà stato per te (se fossimo pescatori, la tua preda non sarà solo più grossa della mia, ma avrai fatto più fatica di me per catturarla. E viceversa). Ma non ho tempo e nemmeno tu, o forse ci manca la voglia, impegnati come siamo entrambi da quel passaggio ostile o rapiti dall'orizzonte che non conoscerò mai, che non saprai mai. Perciò ti saluto da lontano, ciao-ciao con la manina e lo dirò anche a voce alta, lo urlerò che magari l'eco la troverai un giorno a farti compagnia per un caffé solubile su un paesaggio sconfinato. Banderuola, sole, sibilo.
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