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lunedì, giugno 21
L'ultimo anno.
Si chiamava Mortimer ed era un anziano bidello dell'istituto Kandinsky, quello in cui sto insegnando, lo stesso in cui mi diplomai. È stato un dettaglio a ricordarmelo, giovedì scorso, mentre uscivo dall'edificio dopo essere passato all'Ufficio Amministrativo per definire il mio compenso per i corsi tenuti al sabato mattina nell'anno scolastico appena concluso. Mi sono ritrovato davanti alla rampa che porta ai sotterranei della scuola, in un angolo poco frequentato e stranamente vuoto che ancora attende di essere colmato. Mortimer stava sempre li' e forse era stato lì da sempre: ai tempi del mio diploma le cronache della scuola lo registravano seduto in quell'angolo già dal 1975. Stava immobile su una di quelle sedioline che hanno formato le natiche di tutti gli studenti italiani in maniera indelebile: quattro tubi di ferro malritorti, una spalliera in finto legno (in realtà ghisa preformata) e una seduta che aveva pretese ergonomiche ma che era la peggior nemica del nostro fondoschiena. Impassibile, aveva lo sguardo congelato; mai un cambio di postura, gambe perennemente accavallate e braccio sullo schienale a reggere una testa che da sola non sarebbe mai rimasta eretta. Mortimer era il soprannome di successo che qualche studente gli aveva dato in un'epoca precedente perché nessuno aveva mai saputo il suo vero nome. A dire il vero, di lui nessuno sapeva proprio niente e neppure si riusciva a capire se era o meno sul libro paga della scuola o se ne era semplicemente parte integrante della struttura, così come la colonna di cemento armato che stava a pochi metri da lì, a confinare un corridoio affollato di studenti e professori che andavano a ristorarsi al bar di Saverio, interno all'Istituto. Fermo come una quercia di plastica impolverata, non si poteva immaginare la scuola senza Mortimer: l'anno scolastico poteva pure iniziare senza i professori di ruolo, ma la sua statica presenza era di buon auspicio per tutti quanti. Grembiule blu di servizio, pantaloni grigio scuro e scarpe nere, nessuno lo avvicinava, né gli dava confidenza e neppure i prof e gli altri bidelli sembravano notarlo: come quei mimi che passano ore immobili a raccogliere qualche euro lungo il Corso, Mortimer era osservato con curiosità solamente dai primini che all'inizio escogitavano divertenti quanto vani tentativi per smuoverlo: urla, scherzi, gavettoni, perfino gli short di Viviana erano impotenti. Come una figura mitologica costituita per la parte superiore da uomo e per quella inferiore da sedia, Mortimer rimaneva impassibile ad ogni stimolo. Pareva una sfinge. Simona era certa che fosse morto e che il suo corpo avesse subito un processo di mummificazione dovuto all'umidità e agli speciali aromi provenienti dai sotterranei, ma erano fantasie bell'e buone: Moritimer era vivo e, soprattutto, vegeto e lo testimoniava il respiro lento e regolare che gli muoveva il petto sotto al grembiule e che appannava lo specchietto che Max ogni mattina gli infilava sotto al naso, come aveva visto fare in un film poliziesco. Il nostro ultimo anno al Kandisnky scorreva sereno e Mortimer era piu' stabile di Papa Wojtyla, solido come l'edificio che lo conteneva. Fino al giorno in cui all'intervallo notammo un capannello di gente intorno alla sua postazione, ci avvicinammo e scoprimmo che non era più al suo posto. Lo smarrimento era generale e pur non ricordando i volti, ancora oggi ricordo i silenzi eloquenti: i professori erano sconcertati, noi studenti confusi e senza guida. Il preside si faceva negare ai comitati che andavano via via formandosi e che pretendevano spiegazioni. Era maggio e tutti i nostri pensieri erano proiettati alla maturità, sicché un'evento del genere venne immediatamente interpretato come infausto: la maturità senza Mortimer non si poteva fare, e subito uno dei comitati di studenti cominciò a raccogliere firme per prorogare le date degli esami, in attesa che si facesse chiarezza sull'avvenimento. Simona sottolineò la cosa con un acido "l'avranno portato al Museo Egizio". A margine e solo come dettaglio curioso, ricordo che pure il bar fu chiuso a tempo indeterminato dal preside perché qualche sciacallo (forse il gestore dei distributori automatici di snack) aveva malignato l'ipotesi che Mortimer venisse fatto a fette da Saverio per imbottirci panini e focacce. Passarono due settimane in cui, dove prima stava Mortimer, rimase solo la sua sedia vuota che, infine, un'anima pietosa rimosse per esorcizzare il dolore. Con il passare dei giorni la tensione per la maturità ebbe la meglio e tutti si dimenticarono di Mortimer, anche se in realtà nessuno ne faceva più parola per rispetto alla memoria di un monumento nazionale che pensavano perduto per sempre. Tutti i miei compagni passarono gli esami e ognuno di noi imboccò strade diverse. Dopo aver rivisto il suo angolino, sono salito da Gerardo, il tecnico di laboratorio che già lavorava lì durante quegli anni, per farmi raccontare la verità, se ne esiste una. "Ah! Parli di Mortimer!", mi ha detto. Anche loro lo chiamavano così, ma in realtà si chiamava Angelino, all'epoca aveva quasi settant'anni e non lo vedemmo più perché andò, semplicemente, in pensione. Che fessi che fummo a non pensarci! Però non si fa: dall'oggi al domani, un monumento nazionale in pensione. Senza dirci nulla, con il richio di non passare la maturità per lo sgomento. Ebbene, giovedì scorso ho salutato Gerardo e sono tornato alla rampa dei sotterranei immaginando che sarebbe carino appendere una targa alla parete per ristabilire la verità e dare un nome a quel luogo che fin dalla chiusura del bar, mai più riaperto, viene ormai trascurato. Così come hanno nominato i corridoi Corridoio due giallo, Corridoio tre rosso ecc, allo stesso modo potrebbero intitolarlo, ad esempio: Piazza Mortimer, Bidello d'un pezzo, ma in pochi capirebbero. Ci rimarrà, a noi che sappiamo, l'intima certezza che con Mortimer al suo posto i voti finali sarebbero stati più alti e che il segreto degli ottimi panini del bar del Kandinsky era davvero tutto nella salsa cocktail fatta a mano da Saverio.
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