Sfoghi di memoria.
Fu come un frullare d'ala improvviso e fugace che gli sfiorò il dorso di una mano. Poi il silenzio di sempre si fece carico di attesa. Il buio era insondabile e l'ambiente accogliente, ma non riusciva a percepire molto altro: temperatura, umidità, un vago profumo di colla, di quella che i bambini usano per fare le finte caccole, e la sensazione di essere compresso in una specie di utero delimitato da pareti di velluto trapuntato. Ma nient'altro.
Non ricordava da quanto se ne stava chiuso lì dentro. E pure il concetto di 'chiuso' e di 'dentro' cominciavano a vacillare in lui a furia di ripassarseli a memoria e di ripetere a sé stesso, come un mantra: sono in trappola.
Neppure, ricordava con esattezza di avere mai vissuto un 'fuori', antitesi necessaria all'esistenza di un dentro, ma sapeva di per certo che questi erano due stati che gli erano familiari fin da quando aveva memoria di essere: di essere 'dentro', nel caso specifico. Il 'fuori' era la logica conseguenza che la ragione gli offriva, la concretizzazione di una stasi altrimenti paradossale: era costretto in un contenitore e non trovava il modo per uscirne, per potere ritornare a un esterno che neppure conosceva ma che era l'unica immagine in grado di tranquillizzarlo.
Per far breccia in quelle pareti aveva urlato, battuto calci, pugni, testate fino a svenire, ci aveva consumato le unghie, pianto, urlato risate isteriche, implorato dio e demoni, senza ottenere nulla.
Infine, si era costretto a un'analisi sempre più minuziosa della sua vita, partendo dal passato più recente e in particolare dalla domanda che più di ogni altra lo assillava, ovvero: come diavolo sono finito qui dentro?
A ben pensarci, il ricordo più antico che serbava, e che aveva cercato più volte di disegnare con un dito nel buio velluto delle pareti, era il risveglio. Dopo una notte di sonno pesante e senza sogni aveva riaperto gli occhi per nulla stupito del buio intorno a sé, aveva allungato una mano per accendere la luce e aveva capito fin da subito che qualcosa non andava.
Da lì la memoria delle cose si faceva confusa tra i pensieri che lo affliggevano e le azioni che via via tentava per riacquistare il suo stato originale di... nemmeno lui sapeva di cosa, ma era certo che la vita non poteva essere tutta lì, e che la fine del violino abbandonato in una custodia non era fatta per lui.
Silenzio.
Riordinò le idee, controllò i suoi sentimenti e inspirò profondamente. Anche questa storia del respiro lo aiutava a sperare in una soluzione e allo stesso tempo lo sprofondava in uno stato di frustrazione. Dove mai poteva arrivare, infatti, l'aria che gli era necessaria per sopravvivere? C'era dunque un fuori. E chi mai, allora, lo costringeva a restare chiuso in quel.. in quella...
Forse lo avevano addormentato nel sonno e lo avevano rapito per chiedere un riscatto, forse poteva sperare nelle persone che fuori, certamente, a quest'ora erano preoccupate per lui e stavano tentando di tutto per liberarlo. Ma se cercava di dare un volto a queste persone, ebbene, non arrivava ad alcunché.
Dunque non era stato rapito, perché il rapimento prevede un riscatto e se non riusciva a ricordare qualcuno disposto a cercarlo e, quindi, a pagare il dovuto, ebbene, il sequestro era da escludersi.
Respirò di nuovo, cercando di non correre dietro ad altri pensieri. Sì, perché ogni gesto o riflessione facesse, questi erano furieri di altri pensieri sempre più angoscianti.
Era chiuso da qualche parte e respirava, solo questo sapeva. E, anche, che aveva una certa libertà di movimento. Poteva, ad esempio, allargare un po' le braccia, flettendo i gomiti e lasciando le mani sui fianchi. Oppure poteva, con un certo impegno, alzare una mano e arrivare a toccare quello che, stimava, doveva essere la parte superiore del suo contenitore. E poco altro, come, ad esempio, fare delle smorfie, piegare le dita, fare roteare appena appena i piedi o anche contrarre gli addominali, così, ghhh- ghhh.
Con il tempo, però, aveva imparato a cogliere anche i lati positivi di questa sua situazione. Ad esempio non aveva impegni, non aveva responsabilità e, sensazione piacevolissima, infischiarsene della gravità e dei punti cardinali, perché lì dentro non aveva percezione di quale fosse l'alto o il basso o l'est o che altro. Un contentino che in realtà lo rimandava subito dopo a ben altre riflessioni: cosa se ne poteva fare di queste informazioni, lui, chiuso lì dentro?
Respiro.
Magari era morto e lo aveva dimenticato. Ecco, sì, era morto. Lo avevano chiuso in una bara e si erano scordati di seppellirlo. E da qui si aprivano altre strade. Ad esempio, poteva non essere davvero morto: si era svegliato 'incassonato' e la logica conseguenza era che, prima o poi, qualcuno se ne sarebbe accorto e l'avrebbe liberato.
Oppure, era proprio morto e quello era il suo piccolo e angusto purgatorio o, non poteva pensarlo senza provare terrore, quello
era essere morti: un perverso esistere senza memoria e stimoli se non quel lieve frullare d'ala che talvolta percepiva sul dorso della mano, uno stimolo a non scordare del tutto di essere stato vivo, almeno una volta.
Respiro. Frullo. Silenzio.
...
(Nota del rillo: di questo racconto non esiste un finale vero, uno sfogo. Non si trova facilmente, così come troveresti l'uscita di sicurezza che sta propriò lì, dietro la tenda di un cinema. Lascio a chi lo leggerà la facoltà di decidere tra sequestro, morte o esperimento, tre metafore a cui si potrebbe, per gioco, ricondurre ogni esperienza esistenziale. In cuor mio vi svelo la quarta via, che fisso non già come finale, ma come reale inizio del racconto: la lingua lessa di maiale che ieri sera ho tirato giù quasi intera e che ancora mi si propone sullo stomaco pressoché intatta. "Del maiale non si butta via niente" dice Livio, il mio macellaio. Ma neppure io sono una cloaca, checazzo.)
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