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lunedì, novembre 17
Il cordoglio che non trovo.
Non so se vergognarmi, tacerne o scriverne. Parlo del mio cordoglio consumato, ormai liso dalle troppe vittime di tante ingiustizie. Nel tempo, appena toccato dalla storia, e sono solo esempi, di Sacco e Vanzetti conosciuta grazie al film, scosso dalle vittime di Hiroshima e Nagasaki, inorridito dalla volontà genocida di Ariel Sharon, oggi finalmente al potere e libero di continuare il lavoro che lasciò a metà anni fa, addirittura agghiacciato dalle centinaia di vittime che automobili e strutture a loro dedicate provocano quotidianamente sulle strade, il mio cordoglio non trova spazio per le vittime militari della guerra. Mi hanno convinto che la guerra è normale e sinceramente lo credo, ora. Non già giusta o sbagliata, ma inevitabile: l'uomo fa la guerra e basta. Mi hanno anche convinto che i militari non fanno la guerra per eroismo, ma combattono senza farsi domande (che fanno, gli spengono il cervello?). Ma non mi hanno convinto che questa guerra non sia tale. E neppure, quando la chiamarono con il loro nome, che fosse finita. Perchè la guerra non finisce se non quando tutte le parti in lotta la dichiarino finita. Il risultato è che tanto rumore sulla strage del comando italiano in Iraq, rumore attenuato dalla mia attenzione dedicata a cose più importanti, ha avuto su di me lo stesso effetto che ha il maxi tamponamento sulla A4: tristezza per chi rimane a piangere.
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