Tu in fondo ai miei appunti.

Tu forse non ricordi di quel pomeriggio, ti aspettavo fuori da scuola e dovevi passare a ritirare gli ultimi appunti che ti avrebbero aiutato a sostenere un esame da privatista. Non esistevano cellulari o social network e quando ci si dava un appuntamento, salvo caso morte ci si presentava e quasi sempre in orario.
Mano a mano che i minuti passavano, i compagni di classe di allora sfilavano salutandomi e ogni tanto qualcuno si fermava a parlare per poi andarsene lasciandomi definitivamente solo davanti a una scuola vuota. Fu quando tirai un calcio a quella pietruzza con la quale giocherellavo da un po’ che capii che non ti avrei più vista né quel pomeriggio né probabilmente mai più.
All’epoca non capivo le persone come te, piene di mistero. Apparire, riempire anche con poco la vita di qualcuno e poi sparire: facevi parte di quella categoria di persone nate per partire all’improvviso.
Destino volle, quindi, che non fosti tra le amicizie che riempirono la mia vita: eravamo incompatibili, appartenenti a livelli sovrapposti e tra loro paralleli, non ci vedevamo neanche, nemmeno uno sfioramento tra di noi.
Ma ero tra i primi della classe e la professoressa di lettere ti aveva detto che ero io quello che forse ti avrebbe dato il materiale migliore. Così ti detti gli appunti di Italiano, di Storia, di Storia dell’arte, appunti che non avrei mai più rivisto.
Ricordo che quel pomeriggio, dopo dieci minuti che rimasi solo, me ne andai e il tuo silenzio durante i giorni seguenti mi confermò che non ti eri proprio presentata, alla fine. Scomparsa, più nulla. Puf…
Negli anni non pensai più a te se non talvolta e forse solo per quelle dispense. Stupidamente non le fotocopiai ma il tempo mi fece dimenticare anche quelle.
Nel frattempo sono cambiate tante cose intorno a me e chissà se avrò mai modo di raccontartele ora che, con appena ventitrè anni di ritardo, sei finalmente arrivata.
Oggi mi è tornato in mente quel pomeriggio e sono involontariamente corso col pensiero a ritroso verso l’ultima immagine che ebbi di te: indossavi un paio di pantajazz scuri, un giubbotto nero, avevi sulla spalla una sacca di danza, e negli occhi il tuo sguardo malinconico nonostante il sorriso sempre a cuore. Stavi salendo in macchina e mi salutasti masticando una cicca – masticavi spesso una cicca – sorridendo sicura di te.
Ora ti guardo e sei chiaramente più adulta, più saggia e più madre e ti muovi con la stessa grazia di allora – hai notato che possiamo cambiare in tutto salvo che nelle posture, nelle sfumature dei nostri stessi movimenti? – ma chissà perché pare quasi che tu abbia ancora quella sacca in spalla, pronta a partire di nuovo, all’improvviso.
E mentre sono qui che lo scrivo, penso ancora alla pietruzza che calciai quel giorno e che probabilmente starà ancora rotolando in mezzo ai piedi di qualcuno, nonostante i livelli, nonostante ci si sfiori appena.

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Tessitori di voce, pensieri sparsi in Humanitas

Ieri, in occasione di Book City, abbiamo fatto un piccolo giro da Tessitori di voce in Humanitas tra Oncologia e Degenza.
Su quaranta porte a cui abbiamo bussato, in una sola stanza abbiamo trovato chi avesse voglia o forza di leggere con noi.
Molti pazienti, magari pur volendolo, erano purtroppo impegnati in una lotta personale che non prevedeva distrazioni.
Altri, molti, hanno affermato il loro orgoglio nel non leggere mai un libro, quasi faccia male alla salute.
Una sola persona ha anteposto la sua fede alla lettura di libri generici: “noi possiamo leggere solo la Bibbia, la Verità”. Poi però seguiva come un ebete la sua antitesi in televisione.
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Alessandro invece ha detto sì.
Quando siamo entrati nella sua stanza e ci siamo presentati, la sorella ha sorriso per lui e ha risposto per lui perché lei praticamente deve fare tutto per lui. Alessandro non può leggere in autonomia perciò le sue letture dipendono esclusivamente da altri.
(nota della mia compare più esperta: i sì saranno sempre in questa proporzione)
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Non avevo portato una lettura per ragazzi, le preferite di Alessandro, ci ha detto la sorella, così ho attaccato con Hornby. Talvolta mi fermavo per controllare il grado di coinvolgimento ma a differenza di tanti altri che manifestano il proprio interesse con il comune linguaggio del corpo, Alessandro questo non può farlo se non per il tramite della sorella la quale mi guardava e mi faceva un impercettibile cenno col capo con un sorriso accennato che voleva dire vai avanti così, si sta divertendo.
(nota: portati letture per ragazzi, proprio come ti ha detto il tuo capocorso)
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Ci siamo letti un primo capitolo imbottito di pensieri di un ragazzo che parla di trick e di altre figure di skate e di uscite con la fidanzatina Alicia e di confidenze con la madre e del fidanzato rompipalle della mamma e di andare a scuola e di tutte quelle cose che Alessandro non penso riesca a fare davvero nella vita ma che per una decina di minuti credo proprio che si sia divertito a immaginare, una delle poche cose che per fortuna può fare ancora tutto da solo
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L’esperienza è stata a dire poco folgorante. Ancora due pomeriggi di corso e a dicembre inzieremo con costanza.

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Per nulla

Non so se sia per via di questa musica, ce l’ho nel cuore, o per via del tempo, ce l’ho sopra la testa e attorno al polso, ma io credo che tutto questo sia uno spreco: quello che vedo, quello che sento, quello che ascolto, quello che tocco, quello che mangio quello che sfioroecheridoeanchequellocheballotuttoquestoecco tutto questo.
Dovremmo.
Cosarlo insieme.
Tu e io.
O sarà stato per nulla.

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Il mio schiuma party al Lago di Lauson

In pratica ci sono questi due che camminano fianco a fianco, no? L’immagine è un po’ sbiadita, è vero, e quindi non si capisce se è mattina oppure sera e di conseguenza non si sa se si sono appena svegliati o semplicemente sono già ubriachi, barcollano. Ritornano. Sono soli di ritorno. Sono Soli nella nebbia del mattino, forse di sera, che importa?
Poi vedi un primo piano ma è successo prima: hanno un bicchiere in mano di quelli col manico. Sono ubriachi alle lacrime, quindi non si capisce se felici o tristi: ubriachi basta, direi.
Qualcuno su al rifugio giura di averli visti poco prima seduti su un costone roccioso – o erano in piedi? non importa – qualcuno li ha visti su un roccione costoso, dicevo, che cantavano qualcosa anzi urlavano come se non ci fosse altro da fare per salvarsi la vita su quell’arrocco costiero. Nient’altro da fare. E ondeggiavano spalla a spalla come quando si canta ai concerti, hai presente?, che ti senti come un personaggio di Peanuts. Hai presente, vero?
E ora li vedi accucciati che guardano torvo – hai notato che se hai il cappuccio sguardi più torvo? – salvo sorridere a pieni denti ad ogni viandante: – buongiorno – tipo presa per il culo.
E quegli altri – Buongiorno – ma non si avvicinano e tirano dritto perché quello che sentono insieme al buongiorno è la coda indistinguibile di quello che hanno cantato, anzi urlato poco prima sù al costato arrossato, la coda dell’eco che sta tornando indietro e invade la valle come campane a festa. Sembrano quasi risate e quest’eco che …ulo (ritorna) …ulo (echeggia) …ulo (che si perde nella valle o ai bordi di Linate, cosa conta) – che tanto non ne conosci l’inizio, ma tu cosa vuoi saperne se non conosci l’inizio, se non conosci altro che la fine?

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Protetto: Lettera a mio figlio

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Due Paesi in guerra

Ieri notte solleggevo un articolo che riporta i risultati di uno studio in cui si afferma che un sacco di gente stipendiata dal loro datore di lavoro per lavorare un certo numero di ore, utilizza alcune di queste ore per lavorare inconsapevolmente per Facebook.
E come? Riempendolo di contenuti personali o meno che permetteranno ad altre persone di buttare via a loro volta del tempo pagatogli da altri datori di lavoro in letture che non aumenteranno di un solo punto il sapere o il benessere di alcuno, a parte il numero di contatti e il fatturato di Facebook stessa.
È un po’ come certa televisione: si fa per autoalimentarsi, per fare sopravvivere gli attori e i lavoratori che di questa vivono.
Per molti, infatti, non è facilmente accettabile che davvero qualcuno guardi, non pagato, chessò, Uomini e Donne senza provare un senso di frustrazione per il mancato senso dato alla propria esistenza e per non avere approfittato del privilegio di avere avuto un cervello capace di elaborare pensieri profondissimi, buttando via per sempre una porzione di tempo mai più recuperabile per accrescere il proprio io, anche solo affermando che no, il mio tempo vale molto di più di certe trasmissioni così troppo del cazzo.
Poi, è anche vero che il proprio tempo ognuno è lecito che lo impieghi a proprio modo, magari lamentandosi proprio su Facebook di avere come prossimo Presidente della Repubblica un farabutto condannato in Cassazione che anche grazie a Uomini e Donne si sarà potuto comprare anche la più alta carica dello Stato (a proposito, quanto vale un posto al Quirinale, al tempo di Renzi?), in barba a tutti coloro che quando riguardano a distanza di anni le immagini degli attentati di Capaci e via D’Amelio pensano che sì, la Mafia ce l’ha fatta, i mafiosi sono nostri capi e noi complici nel nostro silenzioso permettere che si parli di una presidenza della Repubblica mafiosa come se questo fosse giusto, normale perché tanto lo fanno tutti e quindi è giusto.
Viviamo un incubo, noi consapevoli, che voi altri non potreste comprendere nemmeno per immagini.
Questa è la vera divisione del Paese, non destra e sinistra. E non c’è possibilità di dialogo tra abitanti di dimensioni così diverse tra loro, per forza di cose uno dei due fronti dovrà soccombere o cambiare aria.

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Quattro passi

Camminavo con Jacopo lungo la pista ciclabile che porta a Vellezzo Bellini, la scorsa domenica, quando all’improvviso mi ha chiesto se nel cimitero davanti al quale stavamo passando fossero seppelliti i suoi bisnonni, così siamo entrati.
In generale, ho un buon ricordo dei cimiteri. Quando ero piccolo, mia madre mi ci portava per portare i fiori sulla tomba di mia nonna e ricordo che camminavo lungo le tombe leggendo i nomi, guardando le foto e soprattutto facendo i calcoli su quanto fossero vissuti gli abitanti di quelle silenziosissime dimore prima di andarsi a risposare al fresco, qualche metro sotto terra.
In particolare, ricordo che giocavo a trovare la tomba con il legittimo proprietario più longevo. Una volta ne trovai uno che aveva superato i cento anni e quella divenne la mia meta preferita appena mettevo il naso dentro.
Arrivati dai bisnonni, Jacopo si è divertito a calcolare quanto fossero vissuti e mi ha chiesto qualche informazione su di loro, se erano ancora vivi quando nacque lui e altre domande.
Proprio uscendo, il rillettino si è impalato davanti alla lapide di un bambino di nome Simone, rimanendoci in perfetto silenzio per qualche minuto. Poco dopo ci siamo incamminati ancora lungo la pista ciclabile parlando di come debba essere stata una vita di soli due mesi e di altre cose ancora tipo che i prati dovrebbero essere tagliati più spesso se no le cacche di cane non le vedi mica e te le porti sul tappeto di casa e non è mica tanto bello ma mentre lo dicevamo pensavamo tutti e due alla stessa cosa.
Tornando, Jacopo ha raccolto uno di quei fiori viola che stanno ai margini dei fossi e ha svoltato nuovamente per il cimitero. Si è avvicinato alla tomba di Simone e ha deposto il fiorellino vicino alla sua lapide, tra un pupazzo in gomma e una macchinina messi lì probabilmente dai suoi genitori, sussurrando di guardarlo dal cielo.
Uscendo è passato ad accarezzare la foto dei bisnonni e gli ha detto di prendersi cura di Simone che ha solo due mesi e magari potrebbe avere paura lì così al buio.
C’era il sole quel pomeriggio e l’aria era di festa o quasi e di Simone Jacopo non ha più parlato se non per un’esclamazione che ancora echeggia nella mia testa e aveva a che fare con ciò che un bimbo può fare di grande in così poco tempo e io sono proprio d’accordo con lui, due mesi sono una vita e sta a noi decidere se riempirla di disperazione o di gioia, qualunque cosa ci accada.
Invece io sono rimasto catturato dalla figura di un anziano signore, poteva avere 80 anni o giù di lì. Parlava, sorridendo, alla sua defunta moglie, le puliva la tomba con un fazzolettino di carta e le sistemava i fiori appena comprati. C’era affetto nelle sue parole e quasi si sarebbero potute sentire le parole di lei, erano parole normali, del quotidiano: oggi ho fatto questo, tua figlia ha detto quest’altra cosa e i tuoi nipoti stanno diventando adulti, dovresti vederli.
La scena era commovente oltre ogni limite e ho pensato a tante cose tipo che secondo me Foscolo aveva ragione a dire che la tomba ci vuole perché ci da la speranza che i nostri cari possano avere un luogo su cui ricordarci, fosse anche solo un bambino che passa di lì per caso e decide di lasciare un fiorellino di campo anche se non ci ha mai conosciuti, in vita.
Di una cosa, però, sono sicuro: a volte c’è molta più vita in un cimitero che non in un centro commerciale affollato.

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Ci sono assenze (ma così piccole)

Ci sono assenze che sono più di mancanze. A volte lievi, sfuggenti ti attraversano il petto sotto un cielo a tratti azzurro, a tratti nuvoloso.
Ci sono assenze che sono più di un dire vuoto, e parlo di piccole assenze così brevi e vicine da risultare banali. E aspetti non tanto il calco che copi lo stampo bensì quella presenza che con il suo apparire, parlare, sorridere o pasticciarti le labbra si faccia liquida e riempia davvero ogni anfratto, ogni angolo e perfino quel buco che poco prima ti attraversava il petto e che ora invece pare solo un piccolo oblò dal quale affacciarsi e rimanere così, a sorridere con il naso all’insù.

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Forse devo smetterla di avere aspettative tanto alte dal resto dell’umanità e guardare un po’ più a me, solo.
La compagnia poi si troverà in un modo o nell’altro.

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Tre gradi di separazione

- Farei tutto per te;
- Farei tutto per te, ma non me lo chiedere;
- Non farò tutto per te.

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