RILLO BLOG

La via d'uscita è dentro di te, ma è sbagliata

lunedì, aprile 26

 
 

 

domenica, aprile 11

 
Questa è la storia del bambino che decise di non dormire mai più, che l'ultima volta fece un sogno spaventoso e pianse così a lungo che quando il suo amico lo passò a chiamare lo riconobbe a stento.
Questa è anche la storia dell'adulto che decise che non era proprio il caso di volare, che l'ultima volta stette male, non tanto all'atterraggio e neppure durante il volo, quanto al decollo. Mai avrebbe pensato a una tale pressione esercitata sul proprio petto, sulle proprie gambe. Per un attimo desiderò addirittura una tuta antiG. Ma presto si abituò. Stava male lo stesso, ma si abituò.
Il bambino girovagava lungo i vialetti del suo piccolo quartiere ed era tutto polvere bianca, che l'asfalto era per pochi. E fu in uno di quei viali che incontrò l'uomo, in piedi e apparentemente zitto davanti a un mucchio di pezzi di legno.
Quando gli si fece vicino, si accorse che in realtà l'uomo era in lacrime e che le lacrime gli sgorgavano senza soluzione di continuità e sembrava un piccolo rivolo di montagna accompagnato da un flebile lamento come di chi, dopo una immane fatica fisica, si lamenti dei muscoli indolenziti.
l bambino fissò l'uomo a lungo, senza dire una parola. Me, pensò il bimbo, pure me piango di tanto. Ma di sicuro, si disse, non lo farò per sempre come 'sto grullo.
Sicché tirò su col naso e si disse che in fondo c'era ben altro da vivere, c'era altra vita, c'era altro mondo e non poeva essere di piangere e non dormire per così poco, per un sogno spaventoso. E pensando questo, si coricò sulla prima panca di legno che trovò sul viale e dormì per due giorni interi.
Chi lo vide svegliarsi, potè constatarne le guance rubizze e gli occhi vigili. D'intorno, nessuna traccia né dell'uomo, né dei legni e del sogno neppure la paura.
Che poi dirai, ma che c'entra tutto questo?
Nulla, proprio di nulla, tengo solo a mente.
 

 

domenica, marzo 28

 
è ora di pinocchio
 

 

venerdì, marzo 26

 
La fine sa di pasta di mandorle e pistacchi
(o della 'nza, un modo come un altro per non dirlo)

1 - Quando due come noi vivono un'estate uno sull'altro, uno nell'altro, si riconoscono dall'odore: Dio mio, com'eravamo giovani!
Varcavamo l'invisibile soglia tra ciò che non era spiaggia e ciò che invece lo era: la discesa in cemento nudo allo stabilimento. Subito percepivamo l'assenza l'una dell'altro dalla bandiera del bagnino che sventolava sbagliata, dai mosconi che non erano stati portati ancora sulla battigia, dalle paste, ancora quelle del giorno prima.
Ma avevamo un vantaggio: non dovevamo aspettare. Era l'odore della ferrovia che ci sosteneva. E anche la vernice azzurra delle cabine, certo. E anche le bamboline di spago intrecciato, non poco.

2 - Se mi avessi chiesto di dare un colore alla fine, sarebbe stato questo rosso cardinale, screziato. Se mi avessi commissionato un quadro, avrebbe avuto le luci e gli sfondi espressionistici che solo una fine può ispirare.

3 - Nemmeno da regista avresti immaginato nulla di così insolito. È da questa mattina che mi chiedi come siamo finiti qui dentro. Non lo so: so solo che le pareti non sono vellutate e questo racconto lo avevi già scritto. O già letto, chi può saperlo. Dove l'avrai messo?
In quel racconto, a un certo punto, qualcuno ti aveva aperto ed eri uscito alla luce del sole, scoprendo che quella che pensavi bara altro non era che una custodia di contrabbasso.
Ma qui è diverso. Le pareti sono di legno grezzo, puoi tranquillamente rotolare sui fianchi e perfino spingerti qualche centimetro verso la testa o verso i piedi.
Si chiama ridondanza, o indolenza. E comunque 'nza; e nessuno ti apre.

4 - Compra l'ammoniaca, sgrassa i ricordi.

5 - Realizza tutte le idee che ti vengono in testa quando ti vengono in testa, non quando dopo dieci anni lo ha già fatto qualcun'altro.

6 - Il cuoio aiuta a mascherare.
 

 

sabato, marzo 20

 
Dell'inutile scrivere, della Verità
- Dunque non ti ho mai detto di Naglaa e del segreto all'origine del Pensiero.
- No, maestro Yang Cheng.
Il vecchio Maestro sembrò sbuffare, ma non lo fece. Non lo faceva mai. Piuttosto, respirava rumorosamente, ogni volta che veniva portato fuori dal naturale percorso del Pensiero.
Quindi, posò il pestello con il quale con fatica stava polverizzando alcune fave di cacao, si chiuse nei suoi pensieri e iniziò a ricordare, questo mentre il discepolo Nien Tzu, seduto sul soffice prato e intento a pestare fave di cacao a sua volta, attendeva di sapere.
Del Maestro, Nien Tzu ammirava la compostezza, la saggezza e la lucidità con cui affrontava ogni argomentazione.
Quel pomeriggio di primavera, all'ombra ristoratrice di un mandorlo in fiore, si erano lasciati trasportare dalla discussione sull'origine della visione del mondo del Maestro. E il discepolo, avido di sapere, non si era perso un solo passaggio perché, tra l'altro, aveva capito che quelle erano le ultime ore di vita del Maestro, malato ormai da lungo tempo.
Intanto, il Maestro, che pareva in preda a uno stato di estasi, richiamò alla mente con facilità l'immagine di quella ragazza egiziana il cui corpo, da solo, era in grado di spiegare l'origine dell'universo e il segreto della vita stessa.
Per comprendere l'armonia della Natura, bastava ammirare l'incredibile equilibrio che il seno di Naglaa stabiliva con il fondoschiena. E se potevano, questi, sembrare pensieri troppo terreni per un Maestro, fu proprio vedendo Naglaa per la prima volta che prese forma la filosofia del Maestro Yang Chen, quasi settant'anni prima.
Il concetto non era difficile e lo si poteva comprendere facilmente dopo un'attenta lettura dell'incompiuto Libro Verde di Cheng. Una visione del mondo che era l'evoluzione stessa del Buddhismo e di ogni altra religione positiva. L'illuminazione di Cheng, regalata all'umanità, finalmente scritta e resa comprensibile a chiunque significava la fine di ogni guerra, l'estizione naturale dell'odio tra gli uomini.
Gran parte delle Terre d'Oriente avevano fatto loro la filosofia del Libro verde di Cheng con grande vantaggio per ogni aspetto riguardante il sociale: si andava instaurando un Nuovo Ordine mondiale del tutto volontario che rifiutava ogni logica di guerra.
Il carattere di incompiutezza dell'opera, oltretutto, faceva sì che il Pensiero del Maesto Cheng fosse permeato di un potere ancora superiore. Tutti erano consapevoli che il giorno in cui il Maestro avesse completato l'ultima frase dell'ultimo verso del libro, la Pace assoluta avrebbe avuto il sopravvento. L'ultima Verità, perciò, era uno degli eventi più attesi da ogni essere umano.
Il discepolo aspettava, mentre il Maestro continuava a sorridere meditando sull'origine del Pensiero.
Quando conobbe Naglaa, non poté non fare rapidamente due calcoli matematici, poiché il maestro era grande Matematico fin da giovane. Il rapporto algebrico tra le curve di quella ragazza doveva rispondere a una qualche legge Naturale posta al di sopra di ogni altra legge mai immaginata prima d'ora.
Non era la regola aurea, non era il rapporto sinusoidale dato da una semplice formula matematica. Era qualcosa di più ampio, di inafferrabile. La verità era a un passo, ma tanti anni sarebbero trascorsi prima di poterla anche solo abbozzare. E gli anni erano passati e il momento di svelare il segreto era giunto.
Il discepolo non sostenne più il silenzio: dopo trentacinque anni al servizio del Maestro, Nien Tzu, unico discepolo ammesso alla sua scuola, era a un passo dal segreto del Pensiero, dall'ultima Verità.
L'allievo scalpitava; la voleva, quella Verità. E la chiese apertamente, sicuro che ormai il momento fosse giunto, sicuro che, prima di vergare l'ultima Verità sull'ultima pagina del libro, il Maestro volesse condividerla con lui.
- Maestro - disse - sono pronto a ricevere la Verità. Mi dica cosa indica il suo Pensiero.
Il Maestro si riebbe dal suo stato di trance e, con un sussurro appena percepibile, rivelò al mondo ciò che ancora non era stato detto:
- Naglaa era proprio una gran figa.
Quindi fece un sospiro profondo e lasciò per sempre la terra dei vivi.
 

 

 
No che non è facile lasciare qualcosa o qualcuno a cui tieni. E se lo fai sotto il giogo di un sentimento che non vuoi sopportare, non è più lasciare, è abbandonare.
Per questo, quasi sempre, credo sia preferibile salutare quando le cosa vanno bene, quando l'armonia è al massimo.
Una volta diedi le dimissioni da un'agenzia pubblicitaria in seguito a ciò che ritenni uno sgarro da parte del titolare: fu antipatico andarsene senza sorridere. Anni dopo lo riincontrai per caso e fu un sollievo chiarirsi.
D'altra parte, l'abbandono ha il suo fascino. Samuele, a cinque anni, venne da me in preda a un pianto incontenibile e dirompente. Mi spiegò che si era immaginato di scappare di casa e si era figurato la nostra disperazione la quale a sua volta lo emozionava e lo faceva piangere ancora di più. Cercai di calmarlo spiegandogli che nessuno avrebbe mai abbandonato la famiglia. Si fece serio improvvisamente e andandosene disse: lo so, ma mi piaceva piangere.
 

 

venerdì, marzo 19

 
Appena sentita, ha già vinto il premio Frase del mese rivolta a un notaio carente in pubbliche relazioni:
"Lei dovrebbe andare a lavorare in un supemercato, ma non nelle corsie, nel magazzino!.
 

 

martedì, marzo 16

 
Delle assenze, delle soddisfazioni
Parlavo proprio oggi con un'amica di quando, senza preavviso, monta in noi un senso di insoddisfazione personale, tanto profondo, quanto indefinibile e insopprimibile se non, immaginiamo, con epifanie di cui non possiamo decidere la genesi.
Abbiamo tutto: una famiglia o un partner, la macchina, la casa, il telefono, il computer, un lavoro e via dicendo. Che cosa vogliamo di più? Perché aspettiamo che qualcosa ci accada? Perché annaspiamo, chi più chi meno, in maniera frenetica, creativa, distruttiva e comunque agendo sempre in modo che nulla sia uguale ad ora, uguale a questo momento che tutte le insoddisfazioni contiene e ci riversa addosso?
E' qualcosa che ci riguarda ancora più intimamente e che ciascuno di noi risolve a suo modo, nei tempi che si merita o che inconsapevolmente ritiene essere maturi per.
Chi scala la montagna, chi fa un giro in pattini, chi si butta nella musica, chi nel ballo, chi nel volontariato. Chi in tutto questo e in tanto altro. E che a un certo punto, cazzo, si ritrova al punto di partenza. E magari si vergogna a dirlo, a parlarne. Perché si sente diverso in un mondo che sembra essere allegro a tutti i costi.
A volte, anch'io avverto delle assenze a cui non riesco a dare una forma definita. Non è nostalgia, non è insoddisfazione vera e propria.
Che cos'è, allora? Perché il teatro? Perché il corso? Perché la musica? Perché la scrittura? Perché il lavoro?
Forse il segreto sta solo nelle pause?
 

 

lunedì, marzo 15

 
Per colpa di un Kebab
Per te che c'eri, beh, intanto grazie. In qualche modo hai capito quanto fosse importante per me.
Hai sofferto il freddo e un'iniziale ritrosia. Te che magari sei abituata ai tuoi ambienti un po' in e che comunque non dici quasi mai di no e non capisco mai perché. O te che magari arrivi dalla Germania e immaginavi di certo un pomeriggio diverso.
Mi avrete maledetti entrambi, lo so. Ma mettici l'amicizia e quell'intima convinzione che anche io lo farei per voi, alla fine siete rimasti.
Però, toglietevelo dalla testa: io non lo farei mai per voi ;)

Per te che, invece, non c'eri, dico solo che la prima edizione di Monologando è stata, per me che aspettavo dietro la quinta, emozionante.
Gli interventi sono stai dei più diversi, da quelli dialettali, a quelli più 'impegnati', fino alla performance di una coppia di Saronno, lui chitarrista e chimico, lei cantante che, se non sono stati capiti dal pubblico appieno, lo sono stati da una giuria tecnica in parte molto attenta.
Non vorrei dilungarmi troppo su ciò che io ho vissuto. Ti dico solo che a metà del mio pezzo, in un punto in cui non mi sono mai inchiodato, ho perso del tutto la memoria. E ho scoperto che non è un cacchio bello trovarsi lassù da soli, senza memoria. Ci si sente davvero soli.
Non ne sono uscito come avrebbe voluto Grazia, la mia insegnante di teatro. Ma tant'é: mi sentivo a mio agio e fra persone amiche e l'ho buttata sul ridere.

Chiudo dando la colpa di tutto questo a un kebab. Sulla vetrina della kebaberia di Binasco, mesi fa, vidi la locandina di uno spettacolo scritto da Laura Boerci, da lì parti un breve scambio di e-mail, poi un invito, poi una telefonata. E quindi Monologando.
Una nota su Laura. L'ho conosciuta poco meno di venti secondi ma in quei pochi secondi mi ha trasmesso uno speciale tipo di energia che avevo quasi dimenticato di avere da parte per eventuali momenti bui.

P.S.
Il finale, dopo le premiazioni, è stato forse il momento più emozionante. Emanuela è salita sul palco e ha interpretato Le Nuvole di Fabrizio De André.
Pubblico ammutolito, pelo alto così, applausi meritati.
 

 

domenica, marzo 14

 
Generazione Leoncino
Quando vivi quasi quarant'anni, conosci già quel sentimento. Qualcuno ti ha già fatto capire che il tuo mondo non rimane per sempre nello stato di cose in cui l'hai fotografato al primo sguardo.
Prendi via Famagosta, per esempio, o piazza Abbiategrasso (ora che sembra una qualunque piazza di Milano nord, trafficata e anonima) o, addirittura, il Fiordaliso che là una volta, oh sì, là, nella tropicale condensa della propria automobile, ci hanno fatto l'amore migliaia d coppiette di tutta Milano sud e provincia, che ci devono essere nati un bel po' di noi, lì nella fu fabbrica OM. Ma vuoi mettere poter dire di essere stati concepiti nella gloriosa fabbrica dei vari Leoncini o Lupetto? Tzé!
Dicevo che sì, dovrei farci l'abitudine ai cambiamenti epocali (tipo i Perù della Pavesi. Avresti mai detto che non li avrebbero più prodotti?).
Ma che Blogger, dico, blogger.com, di cui sono cliente a scrocco da dieci anni, intenda sfrattarmi da rilletti.it per via di una qualche fottutissima decisione di carattere tecnologico, no. Questa non me l'aspettavo. E non sono nemmeno pronto a migrare. Il blog è cosa troppo intima per essere trattata con tanta freddezza.
Urge consulenza da esperti della fuga editoriale.
 

 

venerdì, marzo 12

 
Domenica 14, questa che arriva, troviamoci in Cascina Bellaria a Milano. Ci sara' Monologando, contest benefico di monologhi.
Ci saro' ancch'io con Rappresentazioni, di autore ignoto.
 

 

martedì, marzo 9

 
Io lavoro a piedi
Ieri ho incontrato Ivan per la seconda volta. Gli ho chiesto del suo lavoro, sperando in chissà quale rivelazione. La sua unica risposta è stata: io lavoro a piedi.
Da oggi, farò lo stesso per una settimana.

Giulio è andato alla presentazione del libro di Safran Foer. Viene proprio voglia di comprarlo e leggerlo. Anzi, oggi sarò in zona Porta Romana, a piedi, troverò pure una libreria, no?
 

 

venerdì, marzo 5

 
Musica.
Metti su quella che vuoi. L'importante è che tu ti senta a tuo agio.
Metti pure i piedi sul divano. Un bicchiere di rosso, poi un altro.
Sei brillo abbastanza? Bevi ancora...
Ti racconto una storia, non per forza vera, non per forza il protagonista mi riguarda. E' pure noioso ricevere le tue e-mail in cui mi chiedi spiegazioni.
Non ci sono spiegazioni. E' una storia.
Parliamo di un'estate. In genere succede tutto d'estate. Hai mai sentito, infatti, di qualcosa successo d'inverno, a parte la ritirata di Russia, dico?
Pure Watrerloo è successo d'estate, o quasi. Forse in giugno.
E pure quel giorno era estate e un uomo attraversava il pratone in cerca di qualcosa che lo tenesse ancora più caldo.
Trovò le braccia di una donna che quella mattina si era alzata come si alzava tutte le mattine e invece dei panni scaldati dal sole, trovò il calore di un uomo e quet'uomo sapeva di tabacco, fango, sudore e cose lontane.
Si guardarono negli occhi per qualche ora, il tempo di capire che il loro amore era a tempo determinato e il termine era giunto.
L'uomo partì, nacque un bambino e correva, correva sempre sul pratone, lo stesso che suo padre attraversò prima di essere suo padre, prima di essere solo un ricordo.
E pure gli occhi erano gli stessi. La madre lo guardava e vedeva il suo amore. Il sorriso, poi, sembrava essere stato strappato al padre.
Il bambino crebbe, divenne uomo, le epoche passarono e quello stesso uomo trovò una sua guerra e attraversò anche lui il suo pratone. E i fili d'erba portavano storie antiche, storie di uomini e guerre e di amori e di occhi e sorrisi.
La morale non c'è. Ho bevuto quattro calici di rosso all'aperitivo più palloso e umiliante della mia vita.
Scrivo per non guidare. Campagna antialcool 2010
 

 

domenica, febbraio 28

 
Questa è la storia di due persone che un giorno dovevano dirsi qualcosa e che non l'hanno fatto subito, pensando che, tutto sommato, ci sarebbe stato tempo l'indomani.
Domani è arrivato, loro non si sono visti e la cosa è rimasta sullo scaffale delle cose mai dette.
Non ci è dato di sapere cos'avevano da dirsi, quei due e nemmeno lo potremo mai sapere.
Li ho visti al parco, ieri, seduti fianco a fianco, avviluppati in un silenzio ormai polimerizzato.
 

 

giovedì, febbraio 25

 
Davvero è tutto qui? Uno vive, ama, a tratti lavora e rientra a casa la sera e mangia e dorme e il mattino dopo ricomincia?
Eppure, eppure, ogni tanto una voce ti assicura che non e' solo questo. Che se impari a suonare la chitarra o a disegnare o a parlare una lingua che non sia la tua, il tuo animo, probabilmente, ne sara' appagato.
A volte, pero', non ti basta nemmeno quello e non basta l'alba con gli amici o un muro tre metri per quattro da imbrattare.
E allora aspetti un invito. Che arriva da uno sconosciuto e che, senza saperlo, ti lancia una sfida. Che sfoghera' questa urgenza, perlomeno fino a meta' marzo.
 

 

sabato, febbraio 13

 
Eccola, la pietra. Rompe la distesa di prato. Non conto piu' i giorni che ho impiegato a raggiungerla. Se allungassi una mano, potrei sentirne la superficie ruvida e fredda.
 

 

lunedì, febbraio 8

 
More about Tu, mio
Tu, mio. Due parole che, insieme ad altre, alzano il pelo sulla schiena di chi legge. Due parole che Caia ripete in un paio di occasioni a te che vedi con gli occhi del protagonista adolescente che diventa adulto nell'arco di un'estate, sulla barca dello zio pescatore.
E' un mondo, quello descritto da De Luca, che ognuno di noi deve avere vissuto, pena non aver mai vissuto l'adolescenza: memoria, sensazioni, vita, sole, sale, urla e corse selvatiche e uomini che ci insegnano qualcosa. Tutto, in questo romanzo, ti investe e ti lacera e ti fa allegria e tristezza e nostalgia. La calma e la saggezza del protagonista si comprendono solo in funzione di quello che lui vale per lei.
Tu, mio è quello che ognuno di noi ha detto o avrebbe voluto dire alla propria innamorata, alla propria giovinezza.
Tu, mio è lo strappo al cuore, il petto lacerato da un amore immaginato impossibile e alla portata di tutti.
Tu, mio è la ragazza che bacia tutti, ma che solo noi sappiamo baciare.
E' inutile e ingiusto fare una classifica del libro più o meno bello, ma se dovessi fare una lista, Tu, mio farebbe a pugni con i primi, quanto meno per la delicata violenza con cui mi ha scosso l'anima.
 

 

sabato, febbraio 6

 
Del nuovo patto sociale
O della pausa civile che dovrei permettermi
E' stato un fulmine a ciel sereno. Me ne stavo qui, in casa di Susanna, a ennemila metri sulla nave e ho capito tutto.
E' che avevo dimenticato Rousseau e il contratto sociale. E come l'ho rispolverato ho capito come mai esistono questo Presidente del Consiglio, la gente che lo vota e coloro che lo amano.
Per riassumere, se non lo sai o non lo ricordi, per Rousseau non vi sarebbero diritti di natura divina e stabili ma diritti che nascono con l?istituzione di un patto, un contratto, sempre diverso a seconda del momento storico, del luogo geografico, del numero di sottoscriventi e dei bisogni da soddisfare
La società deve basarsi su assunti inalienabili: la libertà e l?uguaglianza di ogni individuo, uniche vere caratteristiche universali.
La dichiarazione dei diritti dell?uomo e del cittadino del 1789 e quella del 1793, dichiarando apertamente che l?uomo nasce libero per natura, sanciscono che la libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri, perseguendo cosi la regola d?oro del vivere civile, ossia, non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te.
Ma il problema principale resta quello di proteggere, conservare e attualizzare questi principi. Infatti, se l?uomo nasce libero nello stato di natura, ed è soggetto alla legge del più forte, nello stato sociale è limitato da leggi ma soggetto alla legge del più furbo.
Ti evito tutto il pippone, ma il fine è chiaro.
Se l'attuale Presidente del Consiglio decide di non essere giudicato per i crimini di cui è sospettato, se decide di non mettere neppure in discussione il fatto di essere un cittadino come gli altri, una parte dei cittadini lo accetterà per motivi che Rousseau non poteva prevedere (costruzione del sé per tramite di anni di lavaggio del cervello grazie alla comunicazione di massa), un'altra parte dei cittadini lo accetterà perché, a fronte di leggi ad personam, il governo da lui presieduto promulga condoni di ogni genere e tipo che comunque a molti fanno piacere e permettono di lavare i panni all'Arno.
Il patto consiste in questo, nel ricevere comunque qualche cosa in cambio del silenzio, della rassegnazione ad avere un Capo del Governo smaccatamente allergico a una regola di trasparenza del proprio operato da imprenditoree cittadino.
Per i cittadini che, invece, vorrebbero che il proprio Presidente del Consiglio dimostri in Tribunale di non essere un comune delinquente, ciccia. Si tengono il Presidente del Consiglio farabutto e un 27% per cento di concittadini che dicono che giusto così. Lo dice il contratto che il restante 73% non lo ha firmato.
 

 

 
Tempo volvente

  • Ieri ho appreso una lezione che non farò mia. Alcuni clienti, per fortuna quelli degli altri, preferiscono affogare nel loro brodo di merda. Aiutarli, li irrita. La prossima volta volterò la testa dall'altra parte così mi ringrazieranno e magari lo faranno anche i colleghi.
  • Chiuso l'account su Facebook, il tempo che userei per quello lo userò per creare un paio di siti gemelli che mi aiuteranno nel posizionamento sui motori di ricerca.
  • Per fare ciò, nulla di meglio che rifarmi alla miniguida per principianti di Goatseo gratis
  • Ora non rimane che ragionare bene sul nome dei domini da registrare.
 

 

venerdì, febbraio 5

 
La verità, il tarlo, la cosa da non dire
Talvolta la domanda richiede risposta: dire o non dire?
Quando non sveliamo, la cosa rischia di ingigantire in noi e non ne reggiamo il peso: ci leva il fiato.
Quando disveliamo, il rischio è che tutto svanisca nell'aria insieme al suono delle parole appena dette.
Ciò che pesa più di tutto, in entrambi i casi, è la nostalgia insita nel dubbio stesso, quando questo svanirà. Una menata senza via d'uscita, no?
Ma oggi, pussa via alle mene esistenziali. Nevica e ho le scarpe bagnate e con esse, i piedi. Che faccio? Scarpacce cinesi da due euro per superare la giornata o investimento a lungo termine e, quindi robbbabbuona?
Nel dubbio vado per negozi.
 

 

giovedì, gennaio 28

 
Ancora Rappresentazioni
Sono in un ambiente incredibilmente illuminato e silenzioso. Il grado di luminanza è così elevato che ogni cosa sullo sfondo ha perso definizione, la sua efficienza cromatica è nulla.
Tutto quindi appare incredibilmente simile allo stereotipo cinematografico del Paradiso.
La fonte di luce è indeterminabile. Si apre il sipario, sul palco tre personaggi.
Al centro della scena un tale con giacca, camicia aperta e pantalone jeans, tiene in mano un oggetto che ancora non riesco a definire, sembra un'asciugamano o uno strofinaccio di quelli di cotone da cucina. Bianco.
Alle sue spalle, una donna su di un letto sfatto, in pigiama di raso di seta, pare assorta. Non è né seduta, né sdraiata. E' serena.
Il silenzio si fa grave e il secondo uomo che sta in piedi, immobile al lato destro della scena, indossa una maschera neutra. Forse bianca, comunque chiara. Lui stesso è neutro, le mani tra le mani.
Il monologo inizia con uno squarcio del silenzio e le prime parole segneranno tutto ciò che arriverà dopo, insieme al calare della luce fino alla normalità.
Le restanti note di regia giacciono ai margini di un copione che, piegato in quattro, ieri ho lasciato in un libro restituito in biblioteca prima di partire. Poco male, sarebbe difficile farlo esattamente come lo immaginavo.
Se riusciremo (riuscirò?) a imbastire il pezzo, il 14 marzo prossimo sarò alla Cascina Bellaria dell'Atlha, dalle ore 15:00 in avanti, a Monologhiamo, concorso di monologhi teatrali divertenti, drammatici e bizzarri presentato da Laura Boerci
Ci sarà spazio per due giurie: una tecnica e una popolare. Seguirà, alle 19:00, un happy hour musicale e, alle 20:00, la premiazione.
Per cui, che si riesca o meno a mettere in scena il nostro pezzullo, il 14 marzo ci vedremo in Cascina Bellaria, in via Bellaria 90, Milano.
 

 

domenica, gennaio 3

 
E' un suono così profondo che pare il rutto della Terra. E' un vibrato lungo e lento che non termina, che non dà eco.
Sono sui pattini e attraverso i viali di Milano. Le mie gambe avevano voglia di asfalto. Asfalto e nuove amicizie, così sono rimasto solo, 'fanculo la compagnia.
E' agosto e devo stare a Milano, almeno finché rimarrà vuota di gente. Ho sete. Salgo lo scalone in marmo della Stazione, entro in un bar. Il ragazzo dietro il bancone non vede l'ora di chiudere, io lo intrappolo con una coca-cola e un panino alla piastra. Non me lo fa pesare.
Panino e coca in mano, pattino sul marmo, il fruscio dei cuscinetti sullo sfondo; insieme al vibrato, ovviamente.
Adoro i miei pattini. Li smonto con cura una volta al mese in ogni loro parte, passo i cuscinetti nel petrolio, ne faccio un misto con la vasellina. Lucido le scarpe. Chester nere. Ogni tanto modifico il puntale. Di solito ci applico del cuoio che, salto dopo salto, consumo atterrando mezzo di ruote, mezzo di punta. Quando devo accelerare un po' forte, faccio un movimento che so che non mi toglierò mai: sbatto con la piastra sull'asfalto fino a creare delle scintille che personalmente non ho mai visto, ma qualcuno dice essere scenografiche. E il cuoio si consuma anche così.
Mi siedo sul pavimento in marmo e mangio. Tre messicani si voltano e mi guardano, io li guardo a mia volta. Ho imparato a farmi gli affari miei, non sono un attaccabrighe e al limite so scappare veloce. Sui puntali, ora, ho delle lastre di metallo: il cuoio si era consumato e non ne avevo più. Così per proteggere la tomaia ho applicato due pezzi di lattina di birra sagomati giù in cantina.
Mentre mangio e guardo e vengo guardato, immagino come potrebbe stare il mio puntale in acciaio sulla faccia del messicano più grosso.
Uno di loro, con la faccia simpatica, si alza, classico preludio alla rissa: lui verrà da me, mi dirà qualche cosa e qualunque cosa risponderò, sarò fottuto.
Mentre si avvicina, passano due poliziotti di ronda, mi guardano, guardano il messicano ormai al mio fianco e vanno oltre. Mi sento più sicuro.
Lui mi chiede qualcosa sui pattini, se è facile. Mi chiede cosa ci faccio lì, da solo, a quell'ora. E' la terza notte che passo fuori casa, da me sono tutti via, in vacanza. Siamo solo io e i pattini.
Mi chiede se voglio bere qualche cosa insieme a lui e i suoi amici, vengono da Trieste e vanno per Firenze. Il livello di diffidenza mi si annulla, i suoi amici si presentano, sembrano innocui.
Così accetto l'invito. Usciamo dalla stazione e saliamo su un maggiolone verde, mezzo scassato. Loro sono simpatici, ridono e raccontano barzellette. Io ho ancora indosso i pattini.
Arriviamo all'Arena, parcheggiamo, uomini uguali nel deserto milanese. Ci infiliamo in un bar sporco e buio, il meglio che passa questa città pigra di caldo.
Beviamo, ce la ridiamo e si fanno le quattro del mattino. Il bar chiude. Pagano tutto i messicani. Mi offrono un passaggio dalle mie parti ma dico di no. Non ricordo più i loro nomi.
Preferisco farmela in pattini. Così attraverso il Parco Sempione, sfilo davanti alla Stazione di Cadorna, passo per via De Amicis, taglio su viale Papiniano e poi sul Naviglio.
C'è poca gente a quest'ora. Pattino per corso San Gottardo, arrivo in via Montegani e mi viene in mente il fornaio all'angolo con via Palmieri. A quest'ora sforna i bomboloni.
Mi fermo in piazza Agrippa, voglio aspettare l'alba. Che arriva, invariabilmente troppo presto.
Con la notte sulle spalle rientro a casa. I pattini sono stati bravi, domani li ripulirò e li ringrazierò ancora una volta. Non me ne separerò mai.
Poi è accaduto che una notte li abbia messi via per non tirarli più fuori. Ora dormono in uno zaino nel sottoscala, soppiantati da un paio di roller che non posso o non so personalizzare. Il ginocchio sinistro è sicuramente da operare, non fumo più. Peso quindici chili di troppo. Ma il vibrato, quello, lo sento ancora.
 

 

mercoledì, dicembre 30

 
Forse è stata la fame, forse la pioggia, fatto sta che sono entrato.
Ci sono ponteggi sospesi, i soffitti sono in parte divelti. La proprietà sta ristrutturando. Un modo come un altro per dare manforte a quell'apparenza che da sola giustifica la presenza di così tante persone in un centro commerciale che poteva anche non esistere.
La luce fastidiosa e fredda mi provoca un mal di testa istantaneo. Dovrei uscire.
Invece, compro una birra e mi siedo su una panchina. Subito, trovo una buona ragione per restare: una bambina rovescia una grande palla di gelato alla fragola sul pavimento in marmo. La madre le dà un manrovescio e la trascina via, in lacrime. Quell'enorme pozza di gelato rende scivoloso il pavimento. Solo due giorni fa avrei chiamato il personale del centro per segnalare il pericolo. Ora non mi importa. Un vecchio cammina con una donna al braccio, forse sua moglie oppure la badante ucraina trent'enne o entrambe le cose. Vanno dritti vero la pozza di gelato, sono distratti dalle vetrine.
Immagino la scena, lui e lei gambe all'aria, il carrello fuori controllo che urta contro una vetrina, la quale va in frantumi seminando il panico tra i presenti.
All'ultimo momento, il vecchio e la donnamogliebadantetrentenne abbassano lo sguardo contemporaneamente evitando, così, il disastro. Chissà che cosa li ha portati a guardare in basso nello stesso istante? Forse sono fatti l'uno per l'altra e hanno sviluppato un senso della sopravvivenza speciale per restare incolumi anche in mezzo ai pericoli di un centro commerciale
Il fiume di gente non bada a me, così io bado a loro. Mi piace osservare le persone, lo faccio senza morbosità. Pura curiosità verso il genere umano.
A volte faccio o dico cose volutamente fuori contesto, solo per vedere come reagisce chi mi sta di fronte. Ti capita mai? Non provarci mai con le masse, però. Poi ti racconterò.
Passa un collega con sua moglie. Anche loro sono diretti verso la macchia di gelato.
Con gli amici la cosa è diversa. Alzo il braccio per fare segno di fermarsi. Poi lo riabasso. Chi ha detto che con gli amici è diverso? E poi stiamo parlando di un collega, ufficio polizze vita, piano secondo.
Vorrei tanto avere fatto studi di sociologia, perché ancora non mi capacito di come faccia la gente a promuovere questi non-luoghi a terreni di aggregazione sociale.
Ma tant'è, inutile opporre resistenza ai movimenti di massa. L'importante è restare ai margini: seguire il flusso senza perdere la lucidità e la voglia di capire, di immaginare le alternative.
Anche il mio collega e sua moglie si accorgono della macchia di gelato, la evitano, lui guarda verso di me e mi fa un sorriso beffardo o di intesa, non capisco. Ma non mi saluta. Spettacolo rimandato. Anche loro condividono il medesimo istinto di sopravvivenza del centro commerciale. Che si stia sviluppando una nuova specie umana? Un gene altrimenti recessivo che permette di essere superiori agli altri esseri umani, ma solo dentro i muri di un centro commerciale.
La birra è finita e pure il mio malditesta. Anche la pausa pranzo è terminata. Non ho mangiato niente. Esco sotto la pioggia battente, fuori è grigio, ma in qualche modo è tutto più naturale. Attraverso la corsia pedonale, vedo l'anziano di prima che urla qualche insulto in milanese a un automobilista. Lo stava per investire.
Questo rafforzerà in lui la convinzione che solo dentro il centro commerciale si troverà al sicuro. La sua donnamogliebadantetrentenne sculetta col carrello verso la macchina. Ha l'aria serena di chi vive nel migliore dei mondi possibili.
 

 

lunedì, dicembre 21

 
Ci sono stati d'animo che non puoi governare, per esempio la neve.
 

 

domenica, dicembre 20

 
Non riesco a vivere senza procurarmi emozioni.
Non riesco a vivere senza cioccolata.
Non riesco a vivere di discorsi vuoti.
Non riesco a vivere senza te, senza loro.
Ancora, mi chiedo quale sia una vita di insensibilita', passata a educare il bello davanti a una vetrina.
Ma la generazione Carrefour e' vincente, oggi.
Condannata all'estinzione al primo inciampo.
Mi hai chiesto come faccio a sopravvivere.
E' facile, per chi non vive di marchi, vedere il meglio in tutte le situazioni.
Perche' il materiale umano e' vasto e vario e offre spunti per veri e propri banchetti d'immaginazione.
Eccomi, dunque, alle casse mentre ballo con la signora bionda, mentre pattino sul banco surgelati, mentre penso da dov'e' che hai detto che viene l'amore.
Pensavo di avere esaurito le energie, in tal senso. E invece si aspettava solo il giusto testo, il giusto momento.
L'immaginazione non la uccidi, se non da piccola.
 

 

domenica, novembre 1

 
"Sai, mamma, quello che mi dispiace di più di tutta questa storia, non è tanto la mia morte, ma il calvario che tu, Ilaria e papà state subendo.
Da qui posso percepire il vostro dolore come fosse mio: dirompente, ti apre in due il petto, e io so cosa vuol dire (attenzione, foto del cadavere di Cucchi). Ti avvelena l'animo e non ti da pace.
E quando, di norma, a un dolore seguirebbe una fase di somatizzazione, di razionalizzazione, ecco che questo processo vi viene negato.
Non sono caduto dalle scale, questo nemmeno un coglione può crederlo veramente.
E non saprei dirvi con certezza chi mi ha dato il primo pugno.
Mi sentivo impunibile, è vero. Quei venti grammi di hashish in tasca non mi preoccupavano più di tanto. Ben altri criminali siedono addirittura in parlamento. Ben altri erano i problemi che mi affliggevano per pensare che una legge tanto cieca e incapace di distinguere tra droga e droga, potesse instradarmi per il vicolo che mi ha condotto dritto verso la morte.
Di fatto, eccomi qui, sul freddo tavolaccio di acciaio di un obitorio, il petto ricucito alla bell'e meglio, in posa involontaria per gli ultimi scatti.
Nemmeno un sorriso per te, cara mamma.
Io, da quassù, non mi do più tanta pena per il mio destino e per il decorso della giustizia che so già a favore dei responsabili della mia morte che, in un modo o nell'altro, se la caveranno.
Voi, all'ennesima sentenza che dichiarerà che tutto sommato la mia morte non avrà meritato la minima considerazione, vi sentirete nuovamente orfani di un figlio (mi sono sempre chiesto perché non esista una parola che definisce lo stato di un genitore che perde un figlio).
E, come accade in questi casi, perderete la fiducia che avete sempre avuto nelle istituzioni, fino a ieri immaginate a tutela della sicurezza vostra e della vostra famiglia.
Ora sapete che potrebbe non essere vero. Che chi indossa un'uniforme può essere indifferentemente onesto o codardo, pavido o eroe. E che non è facile distinguere, a seguito dell'uniformità data, appunto, dall'uniforme, dove stia l'ufficiale stronzo, dove stia, invece, quello pronto a dare la vita per il prossimo, a prescindere.
Io, purtroppo, in una sola notte, ho trovato il gruppo di stronzi che facevano il turno tutti insieme, che fossero in uniforme o meno. E che non sapevano che i detenuti bisogna massacrarli di sotto, che siamo in un paese civile, noi. Che se no, poi, ci scappa il testimone e rischi la rivolta.
Probabilmente qualche scapaccione me lo meritavo, ma quello che mi è stato fatto, com'è vero iddio, non dovrebbe essere mai fatto a nessuno. Non in una caserma, non in un sito istituzionale. A me, che pensavo che di Bolzaneto ce ne fosse una sola.
Tu, mamma, cerca di ricordarti di me per come ero, le ossa tutte intere come me le hai fatte, gli occhi entrambi al loro posto, la mandibola dritta.
Vorrei che il tuo pensiero, ogni sera, venga rivolto a noi quattro intorno a quella torta di compleanno, me che la taglio, il papà come sempre imbarazzato ma visibilmente commosso dall'intimità della famiglia, Ilaria ancora piccina e nei tuoi occhi, indelebile, il mio radioso futuro. Ti bacio, tuo Stefano.
 

 

mercoledì, ottobre 28

 
(...) Da dov'è che hai detto che viene l'amore?, mi chiedesti quel giorno e io me lo ricordo come se fosse ieri e in quello stesso giorno, il giorno più lontano che io ricordi, tu scopristi tutto quello che c'era da sapere sul mio conto. Mi guardavi e ridevi. La mia figura allampanata e goffa ti ha sempre fatto ridere. Come darti torto. Durante l'amore mi dicevi fermati, non ci riesco, devo ridere, mi fa male lo stomaco se non rido.
La vita è vita, mi dicevi spesso, e all'interno di essa non c'è spazio per la morte.
E' vero, la morte non mi riguarda, e io lo capisco solo adesso, tutto quello che noi viventi possiamo dire della morte è di seconda mano, non vale niente - lascia stare i pensieri, mi dicevi ridendo.
Adesso, in questo preciso momento, mi sento completo, realizzato. La tua morte non ha nessun impatto sulla mia vita.
(...)
Ti ho chiesto se avevi paura, hai detto di no, te lo ricordi? Del resto è successo solo poche ore fa. E poi mi hai sorriso. Per l'ultima volta.
(...)
Nell'atto, disperato e retrospettivamente inutile di riportati in vita, pronunciai con forza il tuo nome, una volta, due volte, ma tu non hai mosso un solo muscolo e in me si aprì l'abisso.
(...)
Hai conservato fino all'ultimo respiro la tua lucidità e il tuo umorismo. Fortuna ha voluto che la barzelletta che ti è morta in gola, già la conoscevo.
(...)
Certe cose non cambiano, così, dall'oggi al domani. Le mie dita cercheranno ancora la tua pelle screpolata, le mie labbra cercheranno ancora, invano, le cicatrici sulla tua schiena.
(...)
Mi stiracchio ricordando al mio corpo di non barcollare e alla mia mente che nella relatà manca lo spazio, e il tempo, per le rappresentazioni, che nei casi di necessità, occorre sapere dove siamo, quindi chiudo gli occhi per un momento, faccio un respiro profondo. L'orologio che porto al polso mi dice undici e cinquantacinque.
Bisogna anzitutto toglierti il pigiama (...)


Ovunque tu sia, sconosciuto autore del brano di cui riporto questo stralcio, io ti devo qualcosa, se non altro un grazie.
Conservo da anni la stampata del tuo post e ieri l'ho ritrovata e riletta.
E come ogni volta che la rileggo, mi sono ritrovato in una dimensione altra.
Raramente ho letto parole tanto efficaci, involontariamente efficaci.
Per questo, vorrei poterti dire o scrivere un bel grazie di persona, se solo sapessi chi sei.
Per questo ho bisogno di una mano. Magari qualcuno ti conosce, magari qualcuno sa di te. Il post di intitolava Rappresentazioni ed è, a mio avviso, quanto di più intimo e profondo e giusto e sublime e dannatamente, magistralmente bello sia stato scritto a seguito, ahimé, della morte di una persona amata.
Chi sei? mi chiedo quando ti leggo. Cosa sei, ora?
Perché non so più qual è il tuo blog? Le tue parole meritano di continuare a esistere oltre il mio cassetto.
 

 

lunedì, agosto 10

 
Non ti illudere, non esistono poteri buoni.
 

 

mercoledì, agosto 5

 
Dice che alcuni operai della Innse si sono barricati su un carro ponte per protestare contro la chiusura della fabbrica.
Dice che la fabbrica funzionava bene, c'è dietro una speculazione.
Dice che i cinque operai hanno chiesto l'intervento di Berlusconi.
Dice che al massimo gli manda la D'addario.
 

 

giovedì, luglio 30

 
Oggi non è che sia stata una giornata memorabile, non in senso positivo.
Esco da una dipendenza da sistema operativo Apple durata vent'anni e mi ero quasi rassegnato alla vita da schiavo della riparazione che ogni utente Windows conduce quotidianamente senza sapere perché: per lavorare ottanta ore, quattro le deve dedicare alla manutenzione del PC.
E' come se ogni ottanta chilometri la tua automobile, chissà perché, per potere funzionare dovesse percorrerne quattro di seguito in retromarcia, con te chino nel vano motore che gli cambi le punterie scambiandole per albicocche.