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RILLO BLOG La via d'uscita è dentro di te, ma è sbagliata |
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martedì, marzo 9
Io lavoro a piedi
Ieri ho incontrato Ivan per la seconda volta. Gli ho chiesto del suo lavoro, sperando in chissà quale rivelazione. La sua unica risposta è stata: io lavoro a piedi. Da oggi, farò lo stesso per una settimana. Giulio è andato alla presentazione del libro di Safran Foer. Viene proprio voglia di comprarlo e leggerlo. Anzi, oggi sarò in zona Porta Romana, a piedi, troverò pure una libreria, no?
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sabato, febbraio 13
Eccola, la pietra. Rompe la distesa di prato. Non conto piu' i giorni che ho impiegato a raggiungerla. Se allungassi una mano, potrei sentirne la superficie ruvida e fredda.
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lunedì, febbraio 8 Tu, mio. Due parole che, insieme ad altre, alzano il pelo sulla schiena di chi legge. Due parole che Caia ripete in un paio di occasioni a te che vedi con gli occhi del protagonista adolescente che diventa adulto nell'arco di un'estate, sulla barca dello zio pescatore. E' un mondo, quello descritto da De Luca, che ognuno di noi deve avere vissuto, pena non aver mai vissuto l'adolescenza: memoria, sensazioni, vita, sole, sale, urla e corse selvatiche e uomini che ci insegnano qualcosa. Tutto, in questo romanzo, ti investe e ti lacera e ti fa allegria e tristezza e nostalgia. La calma e la saggezza del protagonista si comprendono solo in funzione di quello che lui vale per lei. Tu, mio è quello che ognuno di noi ha detto o avrebbe voluto dire alla propria innamorata, alla propria giovinezza. Tu, mio è lo strappo al cuore, il petto lacerato da un amore immaginato impossibile e alla portata di tutti. Tu, mio è la ragazza che bacia tutti, ma che solo noi sappiamo baciare. E' inutile e ingiusto fare una classifica del libro più o meno bello, ma se dovessi fare una lista, Tu, mio farebbe a pugni con i primi, quanto meno per la delicata violenza con cui mi ha scosso l'anima.
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Tempo volvente
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giovedì, gennaio 28
Ancora Rappresentazioni
Sono in un ambiente incredibilmente illuminato e silenzioso. Il grado di luminanza è così elevato che ogni cosa sullo sfondo ha perso definizione, la sua efficienza cromatica è nulla. Tutto quindi appare incredibilmente simile allo stereotipo cinematografico del Paradiso. La fonte di luce è indeterminabile. Si apre il sipario, sul palco tre personaggi. Al centro della scena un tale con giacca, camicia aperta e pantalone jeans, tiene in mano un oggetto che ancora non riesco a definire, sembra un'asciugamano o uno strofinaccio di quelli di cotone da cucina. Bianco. Alle sue spalle, una donna su di un letto sfatto, in pigiama di raso di seta, pare assorta. Non è né seduta, né sdraiata. E' serena. Il silenzio si fa grave e il secondo uomo che sta in piedi, immobile al lato destro della scena, indossa una maschera neutra. Forse bianca, comunque chiara. Lui stesso è neutro, le mani tra le mani. Il monologo inizia con uno squarcio del silenzio e le prime parole segneranno tutto ciò che arriverà dopo, insieme al calare della luce fino alla normalità. Le restanti note di regia giacciono ai margini di un copione che, piegato in quattro, ieri ho lasciato in un libro restituito in biblioteca prima di partire. Poco male, sarebbe difficile farlo esattamente come lo immaginavo. Se riusciremo (riuscirò?) a imbastire il pezzo, il 14 marzo prossimo sarò alla Cascina Bellaria dell'Atlha, dalle ore 15:00 in avanti, a Monologhiamo, concorso di monologhi teatrali divertenti, drammatici e bizzarri presentato da Laura Boerci Ci sarà spazio per due giurie: una tecnica e una popolare. Seguirà, alle 19:00, un happy hour musicale e, alle 20:00, la premiazione. Per cui, che si riesca o meno a mettere in scena il nostro pezzullo, il 14 marzo ci vedremo in Cascina Bellaria, in via Bellaria 90, Milano.
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lunedì, dicembre 21
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domenica, novembre 1
"Sai, mamma, quello che mi dispiace di più di tutta questa storia, non è tanto la mia morte, ma il calvario che tu, Ilaria e papà state subendo.
Da qui posso percepire il vostro dolore come fosse mio: dirompente, ti apre in due il petto, e io so cosa vuol dire (attenzione, foto del cadavere di Cucchi). Ti avvelena l'animo e non ti da pace. E quando, di norma, a un dolore seguirebbe una fase di somatizzazione, di razionalizzazione, ecco che questo processo vi viene negato. Non sono caduto dalle scale, questo nemmeno un coglione può crederlo veramente. E non saprei dirvi con certezza chi mi ha dato il primo pugno. Mi sentivo impunibile, è vero. Quei venti grammi di hashish in tasca non mi preoccupavano più di tanto. Ben altri criminali siedono addirittura in parlamento. Ben altri erano i problemi che mi affliggevano per pensare che una legge tanto cieca e incapace di distinguere tra droga e droga, potesse instradarmi per il vicolo che mi ha condotto dritto verso la morte. Di fatto, eccomi qui, sul freddo tavolaccio di acciaio di un obitorio, il petto ricucito alla bell'e meglio, in posa involontaria per gli ultimi scatti. Nemmeno un sorriso per te, cara mamma. Io, da quassù, non mi do più tanta pena per il mio destino e per il decorso della giustizia che so già a favore dei responsabili della mia morte che, in un modo o nell'altro, se la caveranno. Voi, all'ennesima sentenza che dichiarerà che tutto sommato la mia morte non avrà meritato la minima considerazione, vi sentirete nuovamente orfani di un figlio (mi sono sempre chiesto perché non esista una parola che definisce lo stato di un genitore che perde un figlio). E, come accade in questi casi, perderete la fiducia che avete sempre avuto nelle istituzioni, fino a ieri immaginate a tutela della sicurezza vostra e della vostra famiglia. Ora sapete che potrebbe non essere vero. Che chi indossa un'uniforme può essere indifferentemente onesto o codardo, pavido o eroe. E che non è facile distinguere, a seguito dell'uniformità data, appunto, dall'uniforme, dove stia l'ufficiale stronzo, dove stia, invece, quello pronto a dare la vita per il prossimo, a prescindere. Io, purtroppo, in una sola notte, ho trovato il gruppo di stronzi che facevano il turno tutti insieme, che fossero in uniforme o meno. E che non sapevano che i detenuti bisogna massacrarli di sotto, che siamo in un paese civile, noi. Che se no, poi, ci scappa il testimone e rischi la rivolta. Probabilmente qualche scapaccione me lo meritavo, ma quello che mi è stato fatto, com'è vero iddio, non dovrebbe essere mai fatto a nessuno. Non in una caserma, non in un sito istituzionale. A me, che pensavo che di Bolzaneto ce ne fosse una sola. Tu, mamma, cerca di ricordarti di me per come ero, le ossa tutte intere come me le hai fatte, gli occhi entrambi al loro posto, la mandibola dritta. Vorrei che il tuo pensiero, ogni sera, venga rivolto a noi quattro intorno a quella torta di compleanno, me che la taglio, il papà come sempre imbarazzato ma visibilmente commosso dall'intimità della famiglia, Ilaria ancora piccina e nei tuoi occhi, indelebile, il mio radioso futuro. Ti bacio, tuo Stefano.
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lunedì, agosto 10
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mercoledì, agosto 5
Dice che alcuni operai della Innse si sono barricati su un carro ponte per protestare contro la chiusura della fabbrica.
Dice che la fabbrica funzionava bene, c'è dietro una speculazione. Dice che i cinque operai hanno chiesto l'intervento di Berlusconi. Dice che al massimo gli manda la D'addario.
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sabato, luglio 11
Comparse
Forse non ti ricordi più, ma io quella mattina corsi più veloce di te. E fui io a raccogliere la medusa a mani nude, perché un pescatore proprio il giorno prima mi aveva assicurato che non avrei sentito niente: una volta morta, la medusa è inerte, mi disse. Per me fu normale, per te una specie di prodigio. Forse non ti ricordi più, ma io quella mattina riposi la chitarra non per stanchezza, ma perché volevo rimanere solo con quel dolore che mi teneva sveglio da due notti. Forse non ti ricordi nemmeno che ti chiesi due bomboloni. Forse non ti ricordi che ti dissi di aspettare settembre, che ci saremmo rivisti e invece, dopo sei anni, non mi feci mai più vivo. Chiedi mai di me? Forse non ti ricordi, ma odiavo ballare insieme a te: eri più sgraziata, più imbarazzata, forse anche più brutta di me. Eravamo due numeri dispari costretti sulla stessa pista. Forse non ti ricordi, forse non lo sai, ma il tuo intervento mi evitò la morte. Forse nemmeno sai che il tuo passaggio è stato qualche cosa di più della scheggia di una tazza sbeccata. Forse ancora ignori che imparai a saltare dal sagrato grazie a te. O che tutto questo è merito tuo, o del destino, chissà. Io, di preciso, non ricordo con esattezza il tuo volto, il tuo sguardo o la tua voce. Chiunque tu sia, sei ormai un alone che sfuma nei miei ricordi.
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martedì, luglio 7
Ieri il Nadali, tra le tante belle cose che mi ha regalato, mi ha anche dato qualche numero di Mente&Cervello, un mensile di psicologia e neuroscienze che seguo con interesse.
Mi ha colpito, sulla cover del numero dello scorso aprile, lo strillo di un articolo che mi incuriosisce: "Comportamento: come perdere il vizio di rimandare a domani". Poi lo leggo e vi dico.
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domenica, luglio 5
Agenda fiscale
Mi ha chiamato il commercialista. Dice che il 15 luglio scadono i termini per pagare le zoccole al Presidente del Consiglio.
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domenica, giugno 14
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sabato, giugno 13
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lunedì, giugno 8
Dunque, pare sia in arrivo una nuova tempesta.
Leggevo su Il Ribelle di Massimo Fini un simpatico articoletto a firma di Daniele Lazzeri. Dice il Lazzeri che dopo i mutui subprime, che hanno contribuito ad affossare prima del termine un sistema di per sé insostenibile basato sul debito e sul consumo a tutti i costi pena il blocco del movimento di una liquidità inesistente e ora artificiosamente stampata su carta da culo quale sta diventando, ad esempio, il dollaro statunitense, dopo questa prima fase, dicevo, gli analisti più attenti sono in attesa dell'aggravarsi della crisi che verrà in seguito alla scadenza della data di rinegoziazione dei famigerati mutui alt-a e degli option arm, per un ammontare totale di 1.000 miliardi di dollari (una Legge Finanziaria italiana gira intorno ai 15 miliardi di euro, per dire). Il giochino della rinegoziazione della rata del mutuo è basato su un ipotetico scenario futuro definito a una certa data (a partira da metà del 2010 fno al 2011) in cui la rata del mutuo erogato a un target di clientela ad altissimo rischio verrà rinegoziata con un rialzo stimato fino al 30% in più rispetto al pattuito iniziale. Si fa presto a fare i conti: una rata di 800 dollari che già in molte famiglie faticano a pagare, salirà a 1.040 dollari. Significa default. I pignoramenti previsti sfiorano il 50% del totale. L'economia statunitense, già corrosa e già a tutt'oggi tenuta in vita artificialmente dal debito pubblico, subirà forse la definitiva spallata. Se vi riesce per tempo, spostatevi. E comprate, in edicola, Il Ribelle. Per ora non è vietato.
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sabato, maggio 9
Rissssschio
C'è quel tupper di peperoni andati a male che mi guarda fisso fisso da quasi dieci minuti. Che faccio, mangio?
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"Non sono un giornalista: ma non è necessario essere calciatori professionisti per accorgersi che a centrocampo fanno melina. Non scrivo per farmi passare la rabbia (che non passa, anzi); piuttosto con una presunzione di testimonianza: chi verrà dopo di noi non dovrà pensare che eravamo tutti prostrati come Vespa, arresi come De Bortoli. C'era gente normale, con una famiglia e un lavoro più o meno normale, che in casa propria si faceva le domande che i giornalisti non volevano o non sapevano più fare. Non eravamo la maggioranza, non pretendevamo di esserla: ma esistevamo. Devono saperlo i posteri: non si sono bevuti il cervello in quindici anni, gli italiani. Non tutti."
Grande Leo. Ma resta il fatto che al 60 e più per cento dei miei vicini di casa piace non pensare. Piace che il pensiero sia unico, e non originale, che non sia neppure il proprio. Il 60 per cento degli italiani pensa che viviamo in un paese in cui informazione sia il pacchetto di telegiornali e giornali che si compra in edicola, che quelle siano le notizie. Un sito come questo è stampa comunista, per loro. Viene voglia di tirare una testata a qualcuno, in questi casi, solo per vedere se dentro c'è segatura o che. Da qui, l'incredulità che ci sarà di fronte al palesarsi della crisi nella sua forma più critica, dopo che per mesi il governo Berlusconi ripete prima che non ci sarà crisi in Italia ( e tutti: "eh già, sì si, però"), poi di fronte all'evidenza dice che sì, c'è ma passa subito (e tutti: "eh già, sì si, però"). Poi che passa nel 2009 (e tutti: "eh già, sì si, però"). Poi che non sa se passa nel 2010 (e tutti: "eh già, sì si, però"). Essere ignoranti è solo una scelta. Tanti italiani hanno scelto di ignorare parte della propria Storia e della propria attualità, e anche di ignorare di leggere qualche serena previsione sul loro futuro. Il perché lo ignoro, e non me ne frega nemmeno. Io so, e questo mi rende superiore.
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