Quella dell’autonoleggio Autorental mi ha chiesto a che ora atterrerò a Fiumicino.
Io (per stemperare la tensione): Come ‘atterrerò’?!? Se ho scelto di arrivare a Roma via fiumicino è perché preferisco navigare.
Lei (ride, la falsa): paura di volare?
Io (vergognandomi): un po’, ma la supero sempre…
Lei (sorridendo, si capiva): beh, invece di volare può noleggiare una macchina da noi, partenza da Milano. Abbatterà la sua autostima ma viaggerà senza ansie. In più io avrò una provvigione maggiore dalla società di autonoleggio e rimarrò felice come sono ora e con la mente serena per risolverle qualunque necessità dovesse incontrare.
Questa va assunta al volo.
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Setacciando sabbia sulla riva del mare si possono notare curiosi fenomeni dell’infinitamente piccolo che nell’intera economia dell’universo hanno peso quasi nullo.
Il più meritevole di menzione è certamente quello dell’insabbiamento dei disagi altrui. Questi, infatti, colano via insieme al sudore dal corpo dei bagnanti che a vario titolo si sentono a disagio, magari perché non sono del tutto certi della loro forma fisica o del loro stato di cose e non riescono a essere molto spontanei.
Il secondo è quello dell’annegamento dei rapporti e si verifica quando un rapporto viene gettato a mare da qualche passante sulla battigia, così come si fa quando sulla spiaggia trovi qualche strana forma di vita di cui non sai precisare la natura ma che dai per scontato che sia di mare come tutti gli altri, visto che è lì. Capita a volte che si lanci via un rapporto che stava radicando proprio lì sulla battigia ed ecco che lo ammazzi nel peggiore dei modi.
Talvolta i suoi resti dicotomizzati vengono riportati alla spiaggia dalla risacca e si mescolano, tra un granello e l’altro, insieme al disagio di cui sopra e al Coppertone che la signora della sdraio in prima fila fece cadere a fine stagione l’estate scorsa.
Cose ordinarie, nel loro piccolo, ma giganti per un granello di sabbia.
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Progettare, evolvere, darsi un senso oltre il terreno e l’immediato.
Pianificare, rompere gli schemi, agire istintivamente.
E intanto restare, conoscere il proprio posto, il proprio ruolo, sapere il bene e il male, scegliere.
Guardare le labbra del tuo interlocutore fare no e capire sì.
Sentirti vivo o, più semplicemente, sentirti.
Arrivare ai piedi del monte e comprendere al primo sguardo che fu plasmato lungo interminabili ere geologiche affinché tu potessi avere ancora qualcosa da scalare.
Infine, preparare corde e moschettoni, camminando la pianura.
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Ti sei mai sentito incompleta, incompleto? Come se una parte di te fosse scivolata via silenziosamente in un attimo di distrazione?
Forse no. E se è così smetti pure di leggere perché questo post non è per te. Queste parole sono dedicate solo a chi questa sera o in una qualunque sera come questa ha avvertito forte la lacerazione in una qualche parte dell’anima e non ha più saputo fare finta di niente.
Se ti è capitato, sappiamo entrambi che non è successo una sola volta e che questa inquietudine cova in te da sempre come brace sotto la cenere e che basta lo spiffero di una porta che si apre all’improvviso per scatenare quel fuoco che ha una sola soluzione possibile: la combustione totale del suo carburante.
Ti succede quando tutto appare sereno, in genere, vero? Ti succede quando pensi che più di così non è giusto chiedere. Ti succede perché inciampi in un gradino, in un tombino appoggiato male o in un inconveniente qualunque che ti costringe a riflettere più a lungo del dovuto sui tuoi passi.
Così vai a letto o a lavorare o fuori con gli amici e la tua mente comincia a stratificare i pensieri come succede a tutti, solo che uno dei substrati si guadagna la superficie di livello in livello in maniera repentina e quando è troppo tardi ti accorgi che.
Stai
Pensando
Solo
A quello.
E tutto il tuo agire inizia a muovere in conseguenza di quel pensiero fisso: come e dove recuperare quella parte che lasciasti scivolare via da te in un momento di distrazione. È inutile che dici di no, che menti a te stesso, a te stessa, ripetendoti che non ti accadrà più. Ti succederà ancora. Devi solo pensare a cosa vorrai fare dopo, il resto accadrà per forza di cose. Sei parte di un ciclo che tu stesso scateni.
Pubblicato in fuga da che?
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Anni fa, poco dopo l’invenzione della scrittura e subito prima dell’apparizione dei primi libri che trattassero di blog, un pugno di perditempo italiani spendeva la propria principale risorsa gratuita a cazzeggiare in Rete in una forma poco più che organizzata e stilisticamente tutta da sondare.
Spesso, presi dalla foga di fare gruppo e misurarsi con sé stessi innescavano anche stimolanti meme talvolta originali, talvolta mutuati dal primigeno blogging americano. Ad esempio, le 5 migliori canzoni di sempre, le 10 cose che amo di più e cose così. In pratica non solo non avevamo un cazzo da fare, ma lo dichiaravamo dandogli pure un nome.
Inutile, ora, scavare alla ricerca di simili catene che di fatto sono sempre esistite; io, dopo una iniziale spinta, non vi ho partecipato più di tanto.
Però, oggi ne ho trovata una sul blog di Chiara Tizian che mi piace: le cose che so fare (oltre le mille che non so fare), che a sua volta ha ripreso dal blog di mich.
So abbracciare di un abbraccio avvolgente, me lo dice sempre un’amica che forse abbraccio troppo di rado ma quando lo faccio capisco che cosa intende dire. So arrangiare una cena decente in pochi minuti, so i sapori e come trattarli, di questo ringrazio i miei genitori. So cantare da solo fino a rendermi conto di non esserlo più. So fingere la determinazione così bene da diventare un esempio per qualcuno, battuta di spirito per altri . So fare tanti lavori manuali ma solo perfettamente, quelli che non conosco li evito accuratamente per evitare guai. So attendere per quasi tutto, un po’ meno per cibo e sesso. So ascoltare ma intendo anche parlare. So che la sera i bambini hanno bisogno di una storia, so raccontarla. So il valore del dettaglio raffinato, ma lo so e basta. So che quando qualcuno rotea gli occhi in un certo modo, sta per capitolare e quando ti fissa in un altro modo, per capitolare lui devi capitolare tu. So imparare da chi sa più di me. So scrivere recensioni su anobii, so che il mio prossimo sa sempre qualcosa meglio di me. So che è meglio ascoltare. So che dirsi da solo di sapere le cose è imbarazzante ma è solo un gioco, sallo anche tu.
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Io non so cos’abbia Eternal sunshine of the spotless mind per piacermi così tanto.
Fatto sta che finisce sempre nella mia personale classifica dei film che consiglierei quasi a chiunque.
Questa notte, quindi, starò sveglio ma non a studiare francese come pensi (quello l’ho già fatto al posto di pranzare).
Bensì a:
1) scucchiaiarmi un barattolo di Nutella;
2) guardare il suddetto film;
3) (ed è la giusta conseguenza) recuperare i tre chili che mi sono perso a furia di correre, camminare e saltare i pasti.
Detto questo, ora devi solo immaginare l’inconfondibile rumore che fa la stagnolina che chiude la Nutella quando preso da libidine la laceri e avrai così dato un timbro all’intera colonna sonora della mia serata.
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Non per altro, ma è che poi uno ci fa l’abitudine alle cose. Intreccia una relazione di amicizia con una persona, relazione costruita sulle parole e sui comportamenti e passano magari anni interi. E poi, a un certo punto tutto si polverizza in una nuvola di vapore a causa della trascuratezza da parte di uno dei due o di entrambi.
Mi ha sempre incuriosito questa dinamica in quanto, il più delle volte, in casi del genere sono stato più testimone che protagonista.
Ho spesso immaginato l’amicizia come una pianta spontanea della quale ci si debba occupare in due. Esistono piante più delicate di altre le quali, invece, basta loro uno spuntone di roccia nel deserto per essere vive. Dove le prime cercano l’amore e la cura quotidiana (la giusta acqua, la giusta luce, la giusta temperatura e via dicendo), le altre sopravvivono a tutte le traversie e godono della fugace e sporadica attenzione di chi le coltiva.
È vero o no che esistono amicizie a manutenzioni variabili?
A casa mia funziona anche per altre cose. Abbiamo una gatta, per dire, che ha deciso di vivere con noi fin dal 1995. Da allora ha conosciuto le attenzioni più diverse e non si è mai lamentata.
Ancora, le piante intorno a casa nostra sono le più resistenti del mondo. Il principio in base al quale ora sono dove sono è quello della selezione naturale: chi di queste resiste con le poche cure che possiamo dare, si guadagna l’eterna ospitalità.
Ora, non so perché mi sia imbattuto in questa riflessione. Di sicuro, quello che meno mi appassiona è ciò che a volte si è tentati di fare non appena la pianta dell’amicizia dia i primi segni di vita: classificarla dal solo germoglio.
Niente di più sbagliato che curare una pianta come fosse un albicocco quando invece, magari, è un ciclamino.
Perciò mi piace quando si passa distrattamente di fianco un vaso e si esclama in maniera del tutto genuina: toh, guarda, sta per nascere un’amicizia.
Adoro gli stati sospensivi, ci vivo quotidianamente, fanno parte integrante del mio lavoro. I silenzi, le attese sono le pause necessarie affinché i movimenti precedenti e quelli successivi siano, appunto, percepiti come movimenti.
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Gli appuntamenti di oggi la neve il viaggio di domani l’asfalto il sorriso alla cassa lo slancio la cartaccia in tasca, la macchina sporca, quella pulita quella che conta i pensieri che scappano, quelli che rimangono quelli che non sai la telefonata che non vorresti, il colloquio quei contratti che non si chiudono la custodia che non scivola, il ghiaccio liscio come la tua schiena, le attese, i fili bianchi, le lenti colorate l’assimetria i sorrisi dei figli, le repliche dello stesso film da quarant’anni, le notti insonni ad imparare di nuovo il vecchio.
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Che poi le cose tornano alla mente senza preavviso, ti è mai successo? Come quando perdi un oggetto e lo cerchi per ore e poi ti compare sotto il naso quando te ne sei quasi dimenticato.
Piccoli gesti, a volte singole immagini o anche solo profumi o addirittura sensazioni che in un attimo investono il tuo corpo con un’onda lunga, poi scompaiono e tu cerchi di riacchiapparli per la coda. E quando li agguanti, assumono per te un’importanza quasi eccessiva, se non fosse che per te significano la differenza tra il semplice essere vivo e il sentirti vivo e quindi li permei di ulteriori significati o dettagli che magari non ci sono mai stati, chi lo sa.
Giorni fa, passando davanti al vecchio oratorio in cui trascorrevo i miei pomeriggi, mi è tornato in mente un episodio di quando ero ragazzino, forse una prova di coraggio che in quel momento per me significava esserci ed essere notato. Tipico dell’adolescente.
Poco contano i dettagli, conta che finì male e mi sentii anche parecchio stupido.
E così non ho resistito, mi sono avvicinato a piedi e ho riguardato attraverso il cancello chiuso il posto esatto in cui accadde: ora appariva più piccolo, più buio, più brutto di come lo ricordassi.
Adesso, sia chiaro, non è che io sia più saggio, più illuminato o più bello di allora.
Ma è così forte il sentimento che mi ha lasciato questo ricordo che, forse ingenuamente, mi stupisce non avere lasciato alcun segno, anche solo un riverbero in una pietra, un oggetto o in qualcuno che fosse lì presente con me.
Salendo in macchina ho ripercorso la strada che presumibilmente feci per tornarmene a casa quel pomeriggio, alla ricerca dei pensieri che accompagnarono il mio rientro ma non ho trovato altro che presente e ho pensato che siamo maledettamente eterei, come i nostri ricordi.