Il mio schiuma party al Lago di Lauson

In pratica ci sono questi due che camminano fianco a fianco, no? L’immagine è un po’ sbiadita, è vero, e quindi non si capisce se è mattina oppure sera e di conseguenza non si sa se si sono appena svegliati o semplicemente sono già ubriachi, barcollano. Ritornano. Sono soli di ritorno. Sono Soli nella nebbia del mattino, forse di sera, che importa?
Poi vedi un primo piano ma è successo prima: hanno un bicchiere in mano di quelli col manico. Sono ubriachi alle lacrime, quindi non si capisce se felici o tristi: ubriachi basta, direi.
Qualcuno su al rifugio giura di averli visti poco prima seduti su un costone roccioso – o erano in piedi? non importa – qualcuno li ha visti su un roccione costoso, dicevo, che cantavano qualcosa anzi urlavano come se non ci fosse altro da fare per salvarsi la vita su quell’arrocco costiero. Nient’altro da fare. E ondeggiavano spalla a spalla come quando si canta ai concerti, hai presente?, che ti senti come un personaggio di Peanuts. Hai presente, vero?
E ora li vedi accucciati che guardano torvo – hai notato che se hai il cappuccio sguardi più torvo? – salvo sorridere a pieni denti ad ogni viandante: – buongiorno – tipo presa per il culo.
E quegli altri – Buongiorno – ma non si avvicinano e tirano dritto perché quello che sentono insieme al buongiorno è la coda indistinguibile di quello che hanno cantato, anzi urlato poco prima sù al costato arrossato, la coda dell’eco che sta tornando indietro e invade la valle come campane a festa. Sembrano quasi risate e quest’eco che …ulo (ritorna) …ulo (echeggia) …ulo (che si perde nella valle o ai bordi di Linate, cosa conta) – che tanto non ne conosci l’inizio, ma tu cosa vuoi saperne se non conosci l’inizio, se non conosci altro che la fine?

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Protetto: Lettera a mio figlio

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Due Paesi in guerra

Ieri notte solleggevo un articolo che riporta i risultati di uno studio in cui si afferma che un sacco di gente stipendiata dal loro datore di lavoro per lavorare un certo numero di ore, utilizza alcune di queste ore per lavorare inconsapevolmente per Facebook.
E come? Riempendolo di contenuti personali o meno che permetteranno ad altre persone di buttare via a loro volta del tempo pagatogli da altri datori di lavoro in letture che non aumenteranno di un solo punto il sapere o il benessere di alcuno, a parte il numero di contatti e il fatturato di Facebook stessa.
È un po’ come certa televisione: si fa per autoalimentarsi, per fare sopravvivere gli attori e i lavoratori che di questa vivono.
Per molti, infatti, non è facilmente accettabile che davvero qualcuno guardi, non pagato, chessò, Uomini e Donne senza provare un senso di frustrazione per il mancato senso dato alla propria esistenza e per non avere approfittato del privilegio di avere avuto un cervello capace di elaborare pensieri profondissimi, buttando via per sempre una porzione di tempo mai più recuperabile per accrescere il proprio io, anche solo affermando che no, il mio tempo vale molto di più di certe trasmissioni così troppo del cazzo.
Poi, è anche vero che il proprio tempo ognuno è lecito che lo impieghi a proprio modo, magari lamentandosi proprio su Facebook di avere come prossimo Presidente della Repubblica un farabutto condannato in Cassazione che anche grazie a Uomini e Donne si sarà potuto comprare anche la più alta carica dello Stato (a proposito, quanto vale un posto al Quirinale, al tempo di Renzi?), in barba a tutti coloro che quando riguardano a distanza di anni le immagini degli attentati di Capaci e via D’Amelio pensano che sì, la Mafia ce l’ha fatta, i mafiosi sono nostri capi e noi complici nel nostro silenzioso permettere che si parli di una presidenza della Repubblica mafiosa come se questo fosse giusto, normale perché tanto lo fanno tutti e quindi è giusto.
Viviamo un incubo, noi consapevoli, che voi altri non potreste comprendere nemmeno per immagini.
Questa è la vera divisione del Paese, non destra e sinistra. E non c’è possibilità di dialogo tra abitanti di dimensioni così diverse tra loro, per forza di cose uno dei due fronti dovrà soccombere o cambiare aria.

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Quattro passi

Camminavo con Jacopo lungo la pista ciclabile che porta a Vellezzo Bellini, la scorsa domenica, quando all’improvviso mi ha chiesto se nel cimitero davanti al quale stavamo passando fossero seppelliti i suoi bisnonni, così siamo entrati.
In generale, ho un buon ricordo dei cimiteri. Quando ero piccolo, mia madre mi ci portava per portare i fiori sulla tomba di mia nonna e ricordo che camminavo lungo le tombe leggendo i nomi, guardando le foto e soprattutto facendo i calcoli su quanto fossero vissuti gli abitanti di quelle silenziosissime dimore prima di andarsi a risposare al fresco, qualche metro sotto terra.
In particolare, ricordo che giocavo a trovare la tomba con il legittimo proprietario più longevo. Una volta ne trovai uno che aveva superato i cento anni e quella divenne la mia meta preferita appena mettevo il naso dentro.
Arrivati dai bisnonni, Jacopo si è divertito a calcolare quanto fossero vissuti e mi ha chiesto qualche informazione su di loro, se erano ancora vivi quando nacque lui e altre domande.
Proprio uscendo, il rillettino si è impalato davanti alla lapide di un bambino di nome Simone, rimanendoci in perfetto silenzio per qualche minuto. Poco dopo ci siamo incamminati ancora lungo la pista ciclabile parlando di come debba essere stata una vita di soli due mesi e di altre cose ancora tipo che i prati dovrebbero essere tagliati più spesso se no le cacche di cane non le vedi mica e te le porti sul tappeto di casa e non è mica tanto bello ma mentre lo dicevamo pensavamo tutti e due alla stessa cosa.
Tornando, Jacopo ha raccolto uno di quei fiori viola che stanno ai margini dei fossi e ha svoltato nuovamente per il cimitero. Si è avvicinato alla tomba di Simone e ha deposto il fiorellino vicino alla sua lapide, tra un pupazzo in gomma e una macchinina messi lì probabilmente dai suoi genitori, sussurrando di guardarlo dal cielo.
Uscendo è passato ad accarezzare la foto dei bisnonni e gli ha detto di prendersi cura di Simone che ha solo due mesi e magari potrebbe avere paura lì così al buio.
C’era il sole quel pomeriggio e l’aria era di festa o quasi e di Simone Jacopo non ha più parlato se non per un’esclamazione che ancora echeggia nella mia testa e aveva a che fare con ciò che un bimbo può fare di grande in così poco tempo e io sono proprio d’accordo con lui, due mesi sono una vita e sta a noi decidere se riempirla di disperazione o di gioia, qualunque cosa ci accada.
Invece io sono rimasto catturato dalla figura di un anziano signore, poteva avere 80 anni o giù di lì. Parlava, sorridendo, alla sua defunta moglie, le puliva la tomba con un fazzolettino di carta e le sistemava i fiori appena comprati. C’era affetto nelle sue parole e quasi si sarebbero potute sentire le parole di lei, erano parole normali, del quotidiano: oggi ho fatto questo, tua figlia ha detto quest’altra cosa e i tuoi nipoti stanno diventando adulti, dovresti vederli.
La scena era commovente oltre ogni limite e ho pensato a tante cose tipo che secondo me Foscolo aveva ragione a dire che la tomba ci vuole perché ci da la speranza che i nostri cari possano avere un luogo su cui ricordarci, fosse anche solo un bambino che passa di lì per caso e decide di lasciare un fiorellino di campo anche se non ci ha mai conosciuti, in vita.
Di una cosa, però, sono sicuro: a volte c’è molta più vita in un cimitero che non in un centro commerciale affollato.

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Ci sono assenze (ma così piccole)

Ci sono assenze che sono più di mancanze. A volte lievi, sfuggenti ti attraversano il petto sotto un cielo a tratti azzurro, a tratti nuvoloso.
Ci sono assenze che sono più di un dire vuoto, e parlo di piccole assenze così brevi e vicine da risultare banali. E aspetti non tanto il calco che copi lo stampo bensì quella presenza che con il suo apparire, parlare, sorridere o pasticciarti le labbra si faccia liquida e riempia davvero ogni anfratto, ogni angolo e perfino quel buco che poco prima ti attraversava il petto e che ora invece pare solo un piccolo oblò dal quale affacciarsi e rimanere così, a sorridere con il naso all’insù.

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Forse devo smetterla di avere aspettative tanto alte dal resto dell’umanità e guardare un po’ più a me, solo.
La compagnia poi si troverà in un modo o nell’altro.

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Tre gradi di separazione

- Farei tutto per te;
- Farei tutto per te, ma non me lo chiedere;
- Non farò tutto per te.

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Mi sembra quasi surreale che la sinonimia tra Pd e PDL sia tanto impercettibile da far sì che esistano davvero due schieramenti di elettori che si credono contrapposti.
In pratica la domanda è: tutto a posto con la coscienza per le future elezioni?
Non lo chiederei tanto all’elettore PDL, quello lo sa bene chi sta andando a votare, mica chiede onestà ai suoi politici, sarebbe un paradosso in termini.
Quali e quante supercazzole dovrebbe, invece, ingoiare un elettore del PD per rivotare con la stessa convinzione? O è abitudine. Vi prego, ditemi che è abitudine, lo capirei.

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Devo correre

È quasi fisica la sensazione di fastidio che provo nel constatare che mentre mi stavo allacciando le scarpe a bordo pista, qualcuno sfilava oltre senza vedermi e ora che sono io a correre non riesco ad aspettare che altri finiscano di indossare il loro paio di scarpe giuste.

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Opposti

La vicinanza è anche un sms con una ricetta elaboratissima più altri due con ulteriori dettagli o trucchi del mestiere. E un quarto ancora con un caloroso saluto e una sfida a chi produrrà i migliori cantucci. Si conferma *anche* così una comunanza o un’umanità se non proprio un’amicizia, anche se ancora faccio fatica a capire l’amicizia e a esserne grato senza scazzare.
Il suo contrario, di sicuro, è il silenzio e l’indifferenza, come se nulla sia mai stato. Non vale più nemmeno un mio pensiero e persino il mio disprezzo sarebbe troppo onorevole. Al massimo posso metterci l’urto di vomito che provo quando misuro il tempo che ho passato a crederci. Io solo.

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