RILLO BLOG

La via d'uscita è dentro di te, ma è sbagliata

lunedì, febbraio 8

 
Tu, mio. Due parole che, insieme ad altre, alzano il pelo sulla schiena di chi legge. Due parole che Caia ripete in un paio di occasioni a te che vedi con gli occhi del protagonista adolescente che diventa adulto nell'arco di un'estate, sulla barca dello zio pescatore.
E' un mondo, quello descritto da De Luca, che ognuno di noi deve avere vissuto, pena non aver mai vissuto l'adolescenza: memoria, sensazioni, vita, sole, sale, urla e corse selvatiche e uomini che ci insegnano qualcosa. Tutto, in questo romanzo, ti investe e ti lacera e ti fa allegria e tristezza e nostalgia. La calma e la saggezza del protagonista si comprendono solo in funzione di quello che lui vale per lei.
Tu, mio è quello che ognuno di noi ha detto o avrebbe voluto dire alla propria innamorata, alla propria giovinezza.
Tu, mio è lo strappo al cuore, il petto lacerato da un amore immaginato impossibile e alla portata di tutti.
Tu, mio è la ragazza che bacia tutti, ma che solo noi sappiamo baciare.
E' inutile e ingiusto fare una classifica del libro più o meno bello, ma se dovessi fare una lista, Tu, mio farebbe a pugni con i primi, quanto meno per la delicata violenza con cui mi ha scosso l'anima.
 

 

sabato, febbraio 6

 
Del nuovo patto sociale
O della pausa civile che dovrei permettermi
E' stato un fulmine a ciel sereno. Me ne stavo qui, in casa di Susanna, a ennemila metri sulla nave e ho capito tutto.
E' che avevo dimenticato Rousseau e il contratto sociale. E come l'ho rispolverato ho capito come mai esistono questo Presidente del Consiglio, la gente che lo vota e coloro che lo amano.
Per riassumere, se non lo sai o non lo ricordi, per Rousseau non vi sarebbero diritti di natura divina e stabili ma diritti che nascono con l?istituzione di un patto, un contratto, sempre diverso a seconda del momento storico, del luogo geografico, del numero di sottoscriventi e dei bisogni da soddisfare
La società deve basarsi su assunti inalienabili: la libertà e l?uguaglianza di ogni individuo, uniche vere caratteristiche universali.
La dichiarazione dei diritti dell?uomo e del cittadino del 1789 e quella del 1793, dichiarando apertamente che l?uomo nasce libero per natura, sanciscono che la libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri, perseguendo cosi la regola d?oro del vivere civile, ossia, non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te.
Ma il problema principale resta quello di proteggere, conservare e attualizzare questi principi. Infatti, se l?uomo nasce libero nello stato di natura, ed è soggetto alla legge del più forte, nello stato sociale è limitato da leggi ma soggetto alla legge del più furbo.
Ti evito tutto il pippone, ma il fine è chiaro.
Se l'attuale Presidente del Consiglio decide di non essere giudicato per i crimini di cui è sospettato, se decide di non mettere neppure in discussione il fatto di essere un cittadino come gli altri, una parte dei cittadini lo accetterà per motivi che Rousseau non poteva prevedere (costruzione del sé per tramite di anni di lavaggio del cervello grazie alla comunicazione di massa), un'altra parte dei cittadini lo accetterà perché, a fronte di leggi ad personam, il governo da lui presieduto promulga condoni di ogni genere e tipo che comunque a molti fanno piacere e permettono di lavare i panni all'Arno.
Il patto consiste in questo, nel ricevere comunque qualche cosa in cambio del silenzio, della rassegnazione ad avere un Capo del Governo smaccatamente allergico a una regola di trasparenza del proprio operato da imprenditoree cittadino.
Per i cittadini che, invece, vorrebbero che il proprio Presidente del Consiglio dimostri in Tribunale di non essere un comune delinquente, ciccia. Si tengono il Presidente del Consiglio farabutto e un 27% per cento di concittadini che dicono che giusto così. Lo dice il contratto che il restante 73% non lo ha firmato.
 

 

 
Tempo volvente

  • Ieri ho appreso una lezione che non farò mia. Alcuni clienti, per fortuna quelli degli altri, preferiscono affogare nel loro brodo di merda. Aiutarli, li irrita. La prossima volta volterò la testa dall'altra parte così mi ringrazieranno e magari lo faranno anche i colleghi.
  • Chiuso l'account su Facebook, il tempo che userei per quello lo userò per creare un paio di siti gemelli che mi aiuteranno nel posizionamento sui motori di ricerca.
  • Per fare ciò, nulla di meglio che rifarmi alla miniguida per principianti di Goatseo gratis
  • Ora non rimane che ragionare bene sul nome dei domini da registrare.
 

 

venerdì, febbraio 5

 
La verità, il tarlo, la cosa da non dire
Talvolta la domanda richiede risposta: dire o non dire?
Quando non sveliamo, la cosa rischia di ingigantire in noi e non ne reggiamo il peso: ci leva il fiato.
Quando disveliamo, il rischio è che tutto svanisca nell'aria insieme al suono delle parole appena dette.
Ciò che pesa più di tutto, in entrambi i casi, è la nostalgia insita nel dubbio stesso, quando questo svanirà. Una menata senza via d'uscita, no?
Ma oggi, pussa via alle mene esistenziali. Nevica e ho le scarpe bagnate e con esse, i piedi. Che faccio? Scarpacce cinesi da due euro per superare la giornata o investimento a lungo termine e, quindi robbbabbuona?
Nel dubbio vado per negozi.
 

 

giovedì, gennaio 28

 
Ancora Rappresentazioni
Sono in un ambiente incredibilmente illuminato e silenzioso. Il grado di luminanza è così elevato che ogni cosa sullo sfondo ha perso definizione, la sua efficienza cromatica è nulla.
Tutto quindi appare incredibilmente simile allo stereotipo cinematografico del Paradiso.
La fonte di luce è indeterminabile. Si apre il sipario, sul palco tre personaggi.
Al centro della scena un tale con giacca, camicia aperta e pantalone jeans, tiene in mano un oggetto che ancora non riesco a definire, sembra un'asciugamano o uno strofinaccio di quelli di cotone da cucina. Bianco.
Alle sue spalle, una donna su di un letto sfatto, in pigiama di raso di seta, pare assorta. Non è né seduta, né sdraiata. E' serena.
Il silenzio si fa grave e il secondo uomo che sta in piedi, immobile al lato destro della scena, indossa una maschera neutra. Forse bianca, comunque chiara. Lui stesso è neutro, le mani tra le mani.
Il monologo inizia con uno squarcio del silenzio e le prime parole segneranno tutto ciò che arriverà dopo, insieme al calare della luce fino alla normalità.
Le restanti note di regia giacciono ai margini di un copione che, piegato in quattro, ieri ho lasciato in un libro restituito in biblioteca prima di partire. Poco male, sarebbe difficile farlo esattamente come lo immaginavo.
Se riusciremo (riuscirò?) a imbastire il pezzo, il 14 marzo prossimo sarò alla Cascina Bellaria dell'Atlha, dalle ore 15:00 in avanti, a Monologhiamo, concorso di monologhi teatrali divertenti, drammatici e bizzarri presentato da Laura Boerci
Ci sarà spazio per due giurie: una tecnica e una popolare. Seguirà, alle 19:00, un happy hour musicale e, alle 20:00, la premiazione.
Per cui, che si riesca o meno a mettere in scena il nostro pezzullo, il 14 marzo ci vedremo in Cascina Bellaria, in via Bellaria 90, Milano.
 

 

domenica, gennaio 3

 
E' un suono così profondo che pare il rutto della Terra. E' un vibrato lungo e lento che non termina, che non dà eco.
Sono sui pattini e attraverso i viali di Milano. Le mie gambe avevano voglia di asfalto. Asfalto e nuove amicizie, così sono rimasto solo, 'fanculo la compagnia.
E' agosto e devo stare a Milano, almeno finché rimarrà vuota di gente. Ho sete. Salgo lo scalone in marmo della Stazione, entro in un bar. Il ragazzo dietro il bancone non vede l'ora di chiudere, io lo intrappolo con una coca-cola e un panino alla piastra. Non me lo fa pesare.
Panino e coca in mano, pattino sul marmo, il fruscio dei cuscinetti sullo sfondo; insieme al vibrato, ovviamente.
Adoro i miei pattini. Li smonto con cura una volta al mese in ogni loro parte, passo i cuscinetti nel petrolio, ne faccio un misto con la vasellina. Lucido le scarpe. Chester nere. Ogni tanto modifico il puntale. Di solito ci applico del cuoio che, salto dopo salto, consumo atterrando mezzo di ruote, mezzo di punta. Quando devo accelerare un po' forte, faccio un movimento che so che non mi toglierò mai: sbatto con la piastra sull'asfalto fino a creare delle scintille che personalmente non ho mai visto, ma qualcuno dice essere scenografiche. E il cuoio si consuma anche così.
Mi siedo sul pavimento in marmo e mangio. Tre messicani si voltano e mi guardano, io li guardo a mia volta. Ho imparato a farmi gli affari miei, non sono un attaccabrighe e al limite so scappare veloce. Sui puntali, ora, ho delle lastre di metallo: il cuoio si era consumato e non ne avevo più. Così per proteggere la tomaia ho applicato due pezzi di lattina di birra sagomati giù in cantina.
Mentre mangio e guardo e vengo guardato, immagino come potrebbe stare il mio puntale in acciaio sulla faccia del messicano più grosso.
Uno di loro, con la faccia simpatica, si alza, classico preludio alla rissa: lui verrà da me, mi dirà qualche cosa e qualunque cosa risponderò, sarò fottuto.
Mentre si avvicina, passano due poliziotti di ronda, mi guardano, guardano il messicano ormai al mio fianco e vanno oltre. Mi sento più sicuro.
Lui mi chiede qualcosa sui pattini, se è facile. Mi chiede cosa ci faccio lì, da solo, a quell'ora. E' la terza notte che passo fuori casa, da me sono tutti via, in vacanza. Siamo solo io e i pattini.
Mi chiede se voglio bere qualche cosa insieme a lui e i suoi amici, vengono da Trieste e vanno per Firenze. Il livello di diffidenza mi si annulla, i suoi amici si presentano, sembrano innocui.
Così accetto l'invito. Usciamo dalla stazione e saliamo su un maggiolone verde, mezzo scassato. Loro sono simpatici, ridono e raccontano barzellette. Io ho ancora indosso i pattini.
Arriviamo all'Arena, parcheggiamo, uomini uguali nel deserto milanese. Ci infiliamo in un bar sporco e buio, il meglio che passa questa città pigra di caldo.
Beviamo, ce la ridiamo e si fanno le quattro del mattino. Il bar chiude. Pagano tutto i messicani. Mi offrono un passaggio dalle mie parti ma dico di no. Non ricordo più i loro nomi.
Preferisco farmela in pattini. Così attraverso il Parco Sempione, sfilo davanti alla Stazione di Cadorna, passo per via De Amicis, taglio su viale Papiniano e poi sul Naviglio.
C'è poca gente a quest'ora. Pattino per corso San Gottardo, arrivo in via Montegani e mi viene in mente il fornaio all'angolo con via Palmieri. A quest'ora sforna i bomboloni.
Mi fermo in piazza Agrippa, voglio aspettare l'alba. Che arriva, invariabilmente troppo presto.
Con la notte sulle spalle rientro a casa. I pattini sono stati bravi, domani li ripulirò e li ringrazierò ancora una volta. Non me ne separerò mai.
Poi è accaduto che una notte li abbia messi via per non tirarli più fuori. Ora dormono in uno zaino nel sottoscala, soppiantati da un paio di roller che non posso o non so personalizzare. Il ginocchio sinistro è sicuramente da operare, non fumo più. Peso quindici chili di troppo. Ma il vibrato, quello, lo sento ancora.
 

 

mercoledì, dicembre 30

 
Forse è stata la fame, forse la pioggia, fatto sta che sono entrato.
Ci sono ponteggi sospesi, i soffitti sono in parte divelti. La proprietà sta ristrutturando. Un modo come un altro per dare manforte a quell'apparenza che da sola giustifica la presenza di così tante persone in un centro commerciale che poteva anche non esistere.
La luce fastidiosa e fredda mi provoca un mal di testa istantaneo. Dovrei uscire.
Invece, compro una birra e mi siedo su una panchina. Subito, trovo una buona ragione per restare: una bambina rovescia una grande palla di gelato alla fragola sul pavimento in marmo. La madre le dà un manrovescio e la trascina via, in lacrime. Quell'enorme pozza di gelato rende scivoloso il pavimento. Solo due giorni fa avrei chiamato il personale del centro per segnalare il pericolo. Ora non mi importa. Un vecchio cammina con una donna al braccio, forse sua moglie oppure la badante ucraina trent'enne o entrambe le cose. Vanno dritti vero la pozza di gelato, sono distratti dalle vetrine.
Immagino la scena, lui e lei gambe all'aria, il carrello fuori controllo che urta contro una vetrina, la quale va in frantumi seminando il panico tra i presenti.
All'ultimo momento, il vecchio e la donnamogliebadantetrentenne abbassano lo sguardo contemporaneamente evitando, così, il disastro. Chissà che cosa li ha portati a guardare in basso nello stesso istante? Forse sono fatti l'uno per l'altra e hanno sviluppato un senso della sopravvivenza speciale per restare incolumi anche in mezzo ai pericoli di un centro commerciale
Il fiume di gente non bada a me, così io bado a loro. Mi piace osservare le persone, lo faccio senza morbosità. Pura curiosità verso il genere umano.
A volte faccio o dico cose volutamente fuori contesto, solo per vedere come reagisce chi mi sta di fronte. Ti capita mai? Non provarci mai con le masse, però. Poi ti racconterò.
Passa un collega con sua moglie. Anche loro sono diretti verso la macchia di gelato.
Con gli amici la cosa è diversa. Alzo il braccio per fare segno di fermarsi. Poi lo riabasso. Chi ha detto che con gli amici è diverso? E poi stiamo parlando di un collega, ufficio polizze vita, piano secondo.
Vorrei tanto avere fatto studi di sociologia, perché ancora non mi capacito di come faccia la gente a promuovere questi non-luoghi a terreni di aggregazione sociale.
Ma tant'è, inutile opporre resistenza ai movimenti di massa. L'importante è restare ai margini: seguire il flusso senza perdere la lucidità e la voglia di capire, di immaginare le alternative.
Anche il mio collega e sua moglie si accorgono della macchia di gelato, la evitano, lui guarda verso di me e mi fa un sorriso beffardo o di intesa, non capisco. Ma non mi saluta. Spettacolo rimandato. Anche loro condividono il medesimo istinto di sopravvivenza del centro commerciale. Che si stia sviluppando una nuova specie umana? Un gene altrimenti recessivo che permette di essere superiori agli altri esseri umani, ma solo dentro i muri di un centro commerciale.
La birra è finita e pure il mio malditesta. Anche la pausa pranzo è terminata. Non ho mangiato niente. Esco sotto la pioggia battente, fuori è grigio, ma in qualche modo è tutto più naturale. Attraverso la corsia pedonale, vedo l'anziano di prima che urla qualche insulto in milanese a un automobilista. Lo stava per investire.
Questo rafforzerà in lui la convinzione che solo dentro il centro commerciale si troverà al sicuro. La sua donnamogliebadantetrentenne sculetta col carrello verso la macchina. Ha l'aria serena di chi vive nel migliore dei mondi possibili.
 

 

lunedì, dicembre 21

 
Ci sono stati d'animo che non puoi governare, per esempio la neve.
 

 

domenica, dicembre 20

 
Non riesco a vivere senza procurarmi emozioni.
Non riesco a vivere senza cioccolata.
Non riesco a vivere di discorsi vuoti.
Non riesco a vivere senza te, senza loro.
Ancora, mi chiedo quale sia una vita di insensibilita', passata a educare il bello davanti a una vetrina.
Ma la generazione Carrefour e' vincente, oggi.
Condannata all'estinzione al primo inciampo.
Mi hai chiesto come faccio a sopravvivere.
E' facile, per chi non vive di marchi, vedere il meglio in tutte le situazioni.
Perche' il materiale umano e' vasto e vario e offre spunti per veri e propri banchetti d'immaginazione.
Eccomi, dunque, alle casse mentre ballo con la signora bionda, mentre pattino sul banco surgelati, mentre penso da dov'e' che hai detto che viene l'amore.
Pensavo di avere esaurito le energie, in tal senso. E invece si aspettava solo il giusto testo, il giusto momento.
L'immaginazione non la uccidi, se non da piccola.
 

 

domenica, novembre 1

 
"Sai, mamma, quello che mi dispiace di più di tutta questa storia, non è tanto la mia morte, ma il calvario che tu, Ilaria e papà state subendo.
Da qui posso percepire il vostro dolore come fosse mio: dirompente, ti apre in due il petto, e io so cosa vuol dire (attenzione, foto del cadavere di Cucchi). Ti avvelena l'animo e non ti da pace.
E quando, di norma, a un dolore seguirebbe una fase di somatizzazione, di razionalizzazione, ecco che questo processo vi viene negato.
Non sono caduto dalle scale, questo nemmeno un coglione può crederlo veramente.
E non saprei dirvi con certezza chi mi ha dato il primo pugno.
Mi sentivo impunibile, è vero. Quei venti grammi di hashish in tasca non mi preoccupavano più di tanto. Ben altri criminali siedono addirittura in parlamento. Ben altri erano i problemi che mi affliggevano per pensare che una legge tanto cieca e incapace di distinguere tra droga e droga, potesse instradarmi per il vicolo che mi ha condotto dritto verso la morte.
Di fatto, eccomi qui, sul freddo tavolaccio di acciaio di un obitorio, il petto ricucito alla bell'e meglio, in posa involontaria per gli ultimi scatti.
Nemmeno un sorriso per te, cara mamma.
Io, da quassù, non mi do più tanta pena per il mio destino e per il decorso della giustizia che so già a favore dei responsabili della mia morte che, in un modo o nell'altro, se la caveranno.
Voi, all'ennesima sentenza che dichiarerà che tutto sommato la mia morte non avrà meritato la minima considerazione, vi sentirete nuovamente orfani di un figlio (mi sono sempre chiesto perché non esista una parola che definisce lo stato di un genitore che perde un figlio).
E, come accade in questi casi, perderete la fiducia che avete sempre avuto nelle istituzioni, fino a ieri immaginate a tutela della sicurezza vostra e della vostra famiglia.
Ora sapete che potrebbe non essere vero. Che chi indossa un'uniforme può essere indifferentemente onesto o codardo, pavido o eroe. E che non è facile distinguere, a seguito dell'uniformità data, appunto, dall'uniforme, dove stia l'ufficiale stronzo, dove stia, invece, quello pronto a dare la vita per il prossimo, a prescindere.
Io, purtroppo, in una sola notte, ho trovato il gruppo di stronzi che facevano il turno tutti insieme, che fossero in uniforme o meno. E che non sapevano che i detenuti bisogna massacrarli di sotto, che siamo in un paese civile, noi. Che se no, poi, ci scappa il testimone e rischi la rivolta.
Probabilmente qualche scapaccione me lo meritavo, ma quello che mi è stato fatto, com'è vero iddio, non dovrebbe essere mai fatto a nessuno. Non in una caserma, non in un sito istituzionale. A me, che pensavo che di Bolzaneto ce ne fosse una sola.
Tu, mamma, cerca di ricordarti di me per come ero, le ossa tutte intere come me le hai fatte, gli occhi entrambi al loro posto, la mandibola dritta.
Vorrei che il tuo pensiero, ogni sera, venga rivolto a noi quattro intorno a quella torta di compleanno, me che la taglio, il papà come sempre imbarazzato ma visibilmente commosso dall'intimità della famiglia, Ilaria ancora piccina e nei tuoi occhi, indelebile, il mio radioso futuro. Ti bacio, tuo Stefano.
 

 

mercoledì, ottobre 28

 
(...) Da dov'è che hai detto che viene l'amore?, mi chiedesti quel giorno e io me lo ricordo come se fosse ieri e in quello stesso giorno, il giorno più lontano che io ricordi, tu scopristi tutto quello che c'era da sapere sul mio conto. Mi guardavi e ridevi. La mia figura allampanata e goffa ti ha sempre fatto ridere. Come darti torto. Durante l'amore mi dicevi fermati, non ci riesco, devo ridere, mi fa male lo stomaco se non rido.
La vita è vita, mi dicevi spesso, e all'interno di essa non c'è spazio per la morte.
E' vero, la morte non mi riguarda, e io lo capisco solo adesso, tutto quello che noi viventi possiamo dire della morte è di seconda mano, non vale niente - lascia stare i pensieri, mi dicevi ridendo.
Adesso, in questo preciso momento, mi sento completo, realizzato. La tua morte non ha nessun impatto sulla mia vita.
(...)
Ti ho chiesto se avevi paura, hai detto di no, te lo ricordi? Del resto è successo solo poche ore fa. E poi mi hai sorriso. Per l'ultima volta.
(...)
Nell'atto, disperato e retrospettivamente inutile di riportati in vita, pronunciai con forza il tuo nome, una volta, due volte, ma tu non hai mosso un solo muscolo e in me si aprì l'abisso.
(...)
Hai conservato fino all'ultimo respiro la tua lucidità e il tuo umorismo. Fortuna ha voluto che la barzelletta che ti è morta in gola, già la conoscevo.
(...)
Certe cose non cambiano, così, dall'oggi al domani. Le mie dita cercheranno ancora la tua pelle screpolata, le mie labbra cercheranno ancora, invano, le cicatrici sulla tua schiena.
(...)
Mi stiracchio ricordando al mio corpo di non barcollare e alla mia mente che nella relatà manca lo spazio, e il tempo, per le rappresentazioni, che nei casi di necessità, occorre sapere dove siamo, quindi chiudo gli occhi per un momento, faccio un respiro profondo. L'orologio che porto al polso mi dice undici e cinquantacinque.
Bisogna anzitutto toglierti il pigiama (...)


Ovunque tu sia, sconosciuto autore del brano di cui riporto questo stralcio, io ti devo qualcosa, se non altro un grazie.
Conservo da anni la stampata del tuo post e ieri l'ho ritrovata e riletta.
E come ogni volta che la rileggo, mi sono ritrovato in una dimensione altra.
Raramente ho letto parole tanto efficaci, involontariamente efficaci.
Per questo, vorrei poterti dire o scrivere un bel grazie di persona, se solo sapessi chi sei.
Per questo ho bisogno di una mano. Magari qualcuno ti conosce, magari qualcuno sa di te. Il post di intitolava Rappresentazioni ed è, a mio avviso, quanto di più intimo e profondo e giusto e sublime e dannatamente, magistralmente bello sia stato scritto a seguito, ahimé, della morte di una persona amata.
Chi sei? mi chiedo quando ti leggo. Cosa sei, ora?
Perché non so più qual è il tuo blog? Le tue parole meritano di continuare a esistere oltre il mio cassetto.
 

 

lunedì, agosto 10

 
Non ti illudere, non esistono poteri buoni.
 

 

mercoledì, agosto 5

 
Dice che alcuni operai della Innse si sono barricati su un carro ponte per protestare contro la chiusura della fabbrica.
Dice che la fabbrica funzionava bene, c'è dietro una speculazione.
Dice che i cinque operai hanno chiesto l'intervento di Berlusconi.
Dice che al massimo gli manda la D'addario.
 

 

giovedì, luglio 30

 
Oggi non è che sia stata una giornata memorabile, non in senso positivo.
Esco da una dipendenza da sistema operativo Apple durata vent'anni e mi ero quasi rassegnato alla vita da schiavo della riparazione che ogni utente Windows conduce quotidianamente senza sapere perché: per lavorare ottanta ore, quattro le deve dedicare alla manutenzione del PC.
E' come se ogni ottanta chilometri la tua automobile, chissà perché, per potere funzionare dovesse percorrerne quattro di seguito in retromarcia, con te chino nel vano motore che gli cambi le punterie scambiandole per albicocche.
 

 

sabato, luglio 11

 
Comparse
Forse non ti ricordi più, ma io quella mattina corsi più veloce di te.
E fui io a raccogliere la medusa a mani nude, perché un pescatore proprio il giorno prima mi aveva assicurato che non avrei sentito niente: una volta morta, la medusa è inerte, mi disse. Per me fu normale, per te una specie di prodigio.
Forse non ti ricordi più, ma io quella mattina riposi la chitarra non per stanchezza, ma perché volevo rimanere solo con quel dolore che mi teneva sveglio da due notti.
Forse non ti ricordi nemmeno che ti chiesi due bomboloni.
Forse non ti ricordi che ti dissi di aspettare settembre, che ci saremmo rivisti e invece, dopo sei anni, non mi feci mai più vivo. Chiedi mai di me?
Forse non ti ricordi, ma odiavo ballare insieme a te: eri più sgraziata, più imbarazzata, forse anche più brutta di me. Eravamo due numeri dispari costretti sulla stessa pista.
Forse non ti ricordi, forse non lo sai, ma il tuo intervento mi evitò la morte.
Forse nemmeno sai che il tuo passaggio è stato qualche cosa di più della scheggia di una tazza sbeccata.
Forse ancora ignori che imparai a saltare dal sagrato grazie a te.
O che tutto questo è merito tuo, o del destino, chissà.
Io, di preciso, non ricordo con esattezza il tuo volto, il tuo sguardo o la tua voce. Chiunque tu sia, sei ormai un alone che sfuma nei miei ricordi.
 

 

martedì, luglio 7

 
Ieri il Nadali, tra le tante belle cose che mi ha regalato, mi ha anche dato qualche numero di Mente&Cervello, un mensile di psicologia e neuroscienze che seguo con interesse.
Mi ha colpito, sulla cover del numero dello scorso aprile, lo strillo di un articolo che mi incuriosisce: "Comportamento: come perdere il vizio di rimandare a domani".
Poi lo leggo e vi dico.
 

 

domenica, luglio 5

 
Agenda fiscale
Mi ha chiamato il commercialista. Dice che il 15 luglio scadono i termini per pagare le zoccole al Presidente del Consiglio.
 

 

domenica, giugno 14

 
C'è aria di fascismo e non so cosa mettermi.
 

 

sabato, giugno 13

 
Nessuno mi aveva mai chiesto di cancellare un mio post.
Prima e ultima volta. :)
 

 

lunedì, giugno 8

 
Dunque, pare sia in arrivo una nuova tempesta.
Leggevo su Il Ribelle di Massimo Fini un simpatico articoletto a firma di Daniele Lazzeri.
Dice il Lazzeri che dopo i mutui subprime, che hanno contribuito ad affossare prima del termine un sistema di per sé insostenibile basato sul debito e sul consumo a tutti i costi pena il blocco del movimento di una liquidità inesistente e ora artificiosamente stampata su carta da culo quale sta diventando, ad esempio, il dollaro statunitense, dopo questa prima fase, dicevo, gli analisti più attenti sono in attesa dell'aggravarsi della crisi che verrà in seguito alla scadenza della data di rinegoziazione dei famigerati mutui alt-a e degli option arm, per un ammontare totale di 1.000 miliardi di dollari (una Legge Finanziaria italiana gira intorno ai 15 miliardi di euro, per dire).
Il giochino della rinegoziazione della rata del mutuo è basato su un ipotetico scenario futuro definito a una certa data (a partira da metà del 2010 fno al 2011) in cui la rata del mutuo erogato a un target di clientela ad altissimo rischio verrà rinegoziata con un rialzo stimato fino al 30% in più rispetto al pattuito iniziale.
Si fa presto a fare i conti: una rata di 800 dollari che già in molte famiglie faticano a pagare, salirà a 1.040 dollari. Significa default.
I pignoramenti previsti sfiorano il 50% del totale.
L'economia statunitense, già corrosa e già a tutt'oggi tenuta in vita artificialmente dal debito pubblico, subirà forse la definitiva spallata. Se vi riesce per tempo, spostatevi.
E comprate, in edicola, Il Ribelle. Per ora non è vietato.
 

 

venerdì, maggio 22

 
C'è che a un certo punto ti soffermi a guardare l'acqua che scorre sotto quel ponte sul quale sei passato decine di volte, rendendoti conto per nulla che quel fluire continuo è andato avanti senza di te e che il tuo passaggio, su quel ponte, non è mai contato nulla.
Per questo, si sa, ci si inventa un dio e si scrive una religione: a un certo punto della propria vita o del proprio stadio evolutivo animale alcune cose paiono insostenibili dall'umano pensiero. Bisogna, quindi, ridurle a una forma elementare accettabile.
Per alcune persone, infatti, è terribile l'esistenza vissuta nell'incertezza.
Ci sono alcuni che passano la propria vita svolgendo un solo lavoro, vivendo una sola esperienza e ripetendola nel tempo, abitando nella stessa casa, nella stessa stanza, con gli stessi mobili sistemati nella medesima posizione.
Loro vivono bene se riescono a garantirsi il minor numero di cambiamenti possibili nel proprio habitat. Li capisco, anche a me alcune cose piacciono inamovibili.
Ci sono altre persone, però, a cui il reiterato esistere mette ansia, forse perché la scansione regolare della routine ricorda troppo quella delle sbarre di una cella.
Ecco quindi la necessità del cambiamento, della novità: uno, due, tre, quattro professioni, altrettanti figli, corsi di questo e quest'altro. Anime inquiete alla perenne ricerca di qualche cosa che sfugge loro come il riflesso della luna nel secchio del pozzo.
A me, non è che sfugga alcunché. Il percorso è chiarissimo e figli non ne faccio più. E' che dopo qualche anno, ho di nuovo forte la voglia di dimostrare a me stesso di essere in grado di fermarmi su quel ponte e fare qualcosa che mi ricordi fino al passaggio successivo. Magari un tuffo.
 

 

giovedì, maggio 14

 
Ieri sera ti ho sotterrata tre volte sotto un pavimento di kinkler verde.
Ho aspettato a occhi chiusi per tre volte.
Tre volte sei fiorita e tre volte ti ho reciso.
Per tre volte ti ho infilata nel taschino della mia camicia a righe.
Questa mattina non c'eri già più.
 

 

sabato, maggio 9

 
Rissssschio
C'è quel tupper di peperoni andati a male che mi guarda fisso fisso da quasi dieci minuti. Che faccio, mangio?
 

 

 
"Non sono un giornalista: ma non è necessario essere calciatori professionisti per accorgersi che a centrocampo fanno melina. Non scrivo per farmi passare la rabbia (che non passa, anzi); piuttosto con una presunzione di testimonianza: chi verrà dopo di noi non dovrà pensare che eravamo tutti prostrati come Vespa, arresi come De Bortoli. C'era gente normale, con una famiglia e un lavoro più o meno normale, che in casa propria si faceva le domande che i giornalisti non volevano o non sapevano più fare. Non eravamo la maggioranza, non pretendevamo di esserla: ma esistevamo. Devono saperlo i posteri: non si sono bevuti il cervello in quindici anni, gli italiani. Non tutti."
Grande Leo. Ma resta il fatto che al 60 e più per cento dei miei vicini di casa piace non pensare. Piace che il pensiero sia unico, e non originale, che non sia neppure il proprio.
Il 60 per cento degli italiani pensa che viviamo in un paese in cui informazione sia il pacchetto di telegiornali e giornali che si compra in edicola, che quelle siano le notizie. Un sito come questo è stampa comunista, per loro. Viene voglia di tirare una testata a qualcuno, in questi casi, solo per vedere se dentro c'è segatura o che.
Da qui, l'incredulità che ci sarà di fronte al palesarsi della crisi nella sua forma più critica, dopo che per mesi il governo Berlusconi ripete prima che non ci sarà crisi in Italia ( e tutti: "eh già, sì si, però"), poi di fronte all'evidenza dice che sì, c'è ma passa subito (e tutti: "eh già, sì si, però"). Poi che passa nel 2009 (e tutti: "eh già, sì si, però"). Poi che non sa se passa nel 2010 (e tutti: "eh già, sì si, però").
Essere ignoranti è solo una scelta. Tanti italiani hanno scelto di ignorare parte della propria Storia e della propria attualità, e anche di ignorare di leggere qualche serena previsione sul loro futuro.
Il perché lo ignoro, e non me ne frega nemmeno. Io so, e questo mi rende superiore.
 

 

giovedì, maggio 7

 
Lo senti anche tu? E' un quartetto d'archi, cresce. Da un iniziale piano, fino a un fortissimo che non conosce limiti. Si muove con l'eleganza sinuosa e ingenua della donna in cerca. Nera. Maglia nera. Pantaloni neri. Capelli neri. Occhi neri.
E' al telefono, la donna nera, e alza un braccio a toccare gli infissi delle porte che le passano intorno. Tutto l'edificio le passa intorno.
Ma poi monta un colpo di timpano che trema l'aria e che fa vibrare i muri. - Bum! -

Faccio un giro nell'orto vicino a casa nostra e guardo un orizzonte che al buio si vende di una certa continuità. So -il mio cervello sa- che oltre ci sono case, recinzioni, qualche cane legato a una catena e non pochi capanni degli attrezzi.
Ma il buio.
Il buio mi regala l'orizzonte. E se non fosse che devo chiamare Max, potrei dirmi in pace. Devo chiamare Max.

Non ho mica capito, ancora, questa strada. Prima gira a destra, poi fila dritta per tutto un giorno, poi una discesa improvvisa che sembra come sulle montagne russe e dopo un'ora di discesa -stop- il muro. Fermi. Immobili. Incapaci di scendere per capire cosa succede.
Incapaci di rimanere, l'equilibrio non fa per noi. Se ci costringerai alla sedia, non ci vedrai mai più. Se ci costringi a una sola vita, spariremo nella prossima.
E non ci chiamare inaffidabili o infedeli, siamo solo irrequieti. E forse non ci piace la copia di noi stessi. E a te? Piacerebbe così tanto rivederti uguale tutte le mattine?

E se ti è oscuro questo mio parlare, non avere paura: lo è anche per me. Esce da solo.
C'è che tante ore passate senza una tastiera, tanti giorni, fanno sì che le cose davvero importanti si fissino in una cravatta, nelle scarpe lucidate e perfino in una tasca in cordura. L'ultimo grande pensiero si è impigliato stamattina tra le maglie del plafone della mia Ford.

Di fatto vedila così. Sto solo sciaquando i pensieri. In fondo, tu, perché mi stai leggendo?
 

 

domenica, aprile 12

 
Dei personaggi #1
Quando guardi il Garibaldi ondeggiare tremebondo sulla sua bicicletta, sembra di contemplare l'equilibrio precario di una piramide umana rovesciata. Sotto: la silouette filiforme del biciclo. Sopra: una massa enorme, periforme, ridicolmente appesa ai mezzi manubri, tenuti come fossero corna di toro inferocito. Cade, cade, ti dici; ma non cade mai.
Di fatto, escludendo l'effetto giroscopico che alla modesta velocità data da un pinot di prima mattina consideriamo nullo, l'equilibrio del Garibaldi sottostà certamente allo stesso principio per cui un foglio A4 infilato in una fessura curvilinea rimane in piedi in una verticale che ha dell'incredibile. Allo stesso modo, la bicicletta, infilandosi in quelle enormi chiappe, non ha altra possibilità se non quella di seguire il movimento impostole dalla linea che divide in due metà il culo.
Se ripenso al Garibaldi, ora che lo guardo meglio, con vent'anni di ritardo, rivedo un ragazzo che tutto sommato ha sempre avuto una bici nel didietro, pure quando camminava. Il suo equilibrio, sulle due ruote alquanto precario, sui due piedi veniva scambiato per flemma. La sua insicurezza, per prudenza. La sua grave miopia, per curiosità. E pure quel suo scrutare l'orizzonte, venne, a volte, scambiato per la capacità di vedere più lontano di noi tutti.
Ma dopo poco, anche il suo sguardo si è rivelato per quello che è: portatore di un vuoto pneumatico che ha radici ben più profonde nella fobia dei guai. Garibaldi temeva i problemi. Il suo vivere, il suo operare, ogni sua azione era plasmata sull'assunto che nulla dovesse essere fatto che portasse il minimo guaio.
Di lui e dei suoi silenzi penseresti saggezza. Se non fosse che mai nessuno, in compagnia, ricorda di averlo mai sentito parlare.
Perciò, di quanto possa pesare in un gruppo di uomini il parere di uno solo, la sua opinione non ha mai avuto più rilevanza di una farfalla appoggiata su una putrella di cemento armato. Ma il Garibaldi andava bene così. Ogni compagnia vuole un Garibaldi.
Non sono del tutto certo dell'origine del suo soprannome. Noi tutti ne avevamo uno e non ci si faceva troppe domande, in proposito.
Ti dicevo che l'ho rivisto proprio ieri, per le vie del Gratosoglio Vecchio, con degli occhiali spessi spessi che una volta non portava. Mi è passato accanto e mi ha guardato. I suoi occhi hanno brillato per un breve attimo e così ho alzato timidamente la mano, in segno di saluto. Ha continuato a guardarmi come fossi un palo della luce o una pianta, senza dare segno di riconoscere in me una forma umana.
Ha sempre fatto così, come in segno di difesa, perché tanto mal messa è sempre stata la sua vista che non era mai sicuro di chi avesse davanti.
Una volta, il ragazzo di una gli si parò davanti per sfidarlo perché era sicuro di averlo visto osservare con troppa insistenza il posteriore della sua ragazza. Garibaldi non si fermò e lo travolse giurando, in seguito, di non averlo proprio visto, né lui, né il sedere della donzella. Di fatto, pensammo, lo fece perché stimò meno problematico investirlo e poi giustificarsi, piuttosto che fermarsi a discutere.
Così, stamattina, ti dicevo, mi è passato a fianco, caracollando ad ogni pedalata, incerto se quell'ingombrante presenza sul marciapiede potesse costituire un reale problema.
Vorrei dirti che poi mi ha riconosciuto, che abbiamo parlato dei vecchi tempi e che ti ricorda bene e che ti saluta. In realtà ha proseguito in linea sinusoidale, la bicicletta nel culo, evitando pali, persone e allontanandosi con incredibile rapidità da ogni genere di guaio.
 

 

domenica, aprile 5

 
Che all'interno della Polizia italiana ci fossero parecchi aderenti o simpatizzanti di Forza Nuova, non era una novità.
Nemmeno è una novità che, statisticamente, se prendi 100 persone, fra di loro ci siano un tot di deficienti o semplici vittime della subcultura che con pazienza certosina e con mirate e decennali tecniche di marketing sociale sono stati tenuti lontano dal senno.
In Italia, oltre al resto e per conseguenza, ci sono anche i fascisti che, non dimenticarlo, costituiscono la metastasi di un normale tumore democratico in cui il premier sia un personaggio come Berlusconi. E non occorre essere comunisti per pensarlo, basta avere letto un paio di libri che non fossero della Pimpa.
Sempre tutto normale?
 

 

sabato, aprile 4

 
Bisogna pur credere in qualcosa.
 

 

venerdì, marzo 27

 
Cos'altro ci serve?
Negli Usa chiudono le banche; il debito pubblico più alto d'Europa è quello italiano; Obama rimette in circolo gli asset tossici (come dire, ti ricaccio nello stomaco ciò che hai appena vomitato); in Italia gli ordinativi crollano del 31%; l'America ha già fatto capire che non accetterà mai un nuovo ordine monetario; pare che Israele abbia caldamente consigliato agli USA di liberare Madoff; Berlusconi è a capo del governo e di un partito unico che racchiude democristiani (per un totale di 170), ex fascisti, condannati per reato di associazione mafiosa e massoni con un potere finanziario enorme; in Francia iniziano i primi focolai di rivolte e così pure in Grecia; in Italia a furia di sentirsi raccontare barzellette, c'è una maggioranza di elettori che pensa che queste siano notizie; la subcultura televisiva ha fatto il resto.
L'opera è quasi completa: un bel Paese di teste piene di nulla che guardano la televisione convinte e rassicurate che questa sia il proiettore della realtà. Le guardo, rido dentro e allo stesso tempo sono affranto.
Ma fuori c'è il sole, il delitto di Garlasco è a un bivio, Cassano ha la pancetta, la crisi è quasi finita. Va tutto bene, dormite tranquilli, il partito unico di destra sistemerà tutto nel solito modo. In fondo i parlamentari sono lì a fare numero. Che decida uno solo, tanto vi fidate di lui, no?
 

 

martedì, marzo 24

 
L'ultima possibilità
Mi ha sempre affascinato l'idea che qualcuno, in un dato momento della mia vita, magari il più sereno e tranquillo mai vissuto, possa svelarmi una futura verità incredibile, inimmaginabile.
Ricordo che a quattordici anni scrissi in una pagina di diario una lettera al me-che-sarei-divenuto (Richard Bach docet), chiedendogli, se ne avesse avuto la possibilità, di mandarmi un messaggio sull'esito di un determinato evento.
Ora, l'esito lo conosco ("Sì, Eva e io siamo sposati e abbiamo anche un sacco di figli, ma non ti spaventare!") e mi piacerebbe tanto farlo sapere al Rillo che ero perché è un esito positivo in tutto e per tutto. Ma forse è bene che ciò che è oscuro e riposto nel futuro, lì rimanga.
Diverso è, però, quando una previsione tragica ti arriva direttamente sotto gli occhi, magari anche non richiesta.
Immagina, dico, che un tale un giorno ti avvicinasse e ti dicesse: "Occhio ad andare in giro in moto a Milano perché per una serie di motivi che ora ti elenco è matematicamente certo che fra tre anni subirai un incidente che ti porterà sulla sedia a rotelle per un bel po'. Attenzione, però: se prenderai le dovute precauzioni, tutto andrà bene e al massimo dovrai leccarti qualche ferita lieve".
Questa banale premessa aiuta a comprendere meglio l'importanza della lettera pubblicata dal Financial Times, scritta dal LEAP/Europe2020 e tradotta dal sempre puntuale Felice Capretta (via Gigi).
Il LEAP/Europe2020 da tre anni pubblica report che passo passo hanno dapprima previsto la crisi, per poi seguirla nel suo sbocciare, fino a calcolarne il prossimo tracollo, comprensivo di effetti sul piano politico e sociale (sommosse, carestie ecc ecc).
Di più, in questa lettera il LEAP/Europe2020 non ammette scuse: dà per certo un bivio che prevede due percorsi, uno lungo lungo e davvero oscuro, l'altro meno problematico e più breve frutto di azioni solo apparentemente sconvolgenti e non di palliativi tipo l'ultimo piano messo in atto dall'amministrazione Obama (ma dove diavolo hanno la testa? Rimettono DI NUOVO in circolo asset più tossici dei miei calzini vecchi di una settimana?!?).
La scelta su quale delle due strade imboccheremo è, purtroppo, data ai governanti del G20 del prossimo 2 aprile.
Perciò per tranquillità di noi tutti, ricordo che da noi al governo c'è uno che ha proprio le idee chiare.
Salvate i mobili.