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RILLO BLOG La via d'uscita è dentro di te, ma è sbagliata |
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lunedì, aprile 26
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domenica, marzo 28
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lunedì, marzo 15
Per colpa di un Kebab
Per te che c'eri, beh, intanto grazie. In qualche modo hai capito quanto fosse importante per me. Hai sofferto il freddo e un'iniziale ritrosia. Te che magari sei abituata ai tuoi ambienti un po' in e che comunque non dici quasi mai di no e non capisco mai perché. O te che magari arrivi dalla Germania e immaginavi di certo un pomeriggio diverso. Mi avrete maledetti entrambi, lo so. Ma mettici l'amicizia e quell'intima convinzione che anche io lo farei per voi, alla fine siete rimasti. Però, toglietevelo dalla testa: io non lo farei mai per voi ;) Per te che, invece, non c'eri, dico solo che la prima edizione di Monologando è stata, per me che aspettavo dietro la quinta, emozionante. Gli interventi sono stai dei più diversi, da quelli dialettali, a quelli più 'impegnati', fino alla performance di una coppia di Saronno, lui chitarrista e chimico, lei cantante che, se non sono stati capiti dal pubblico appieno, lo sono stati da una giuria tecnica in parte molto attenta. Non vorrei dilungarmi troppo su ciò che io ho vissuto. Ti dico solo che a metà del mio pezzo, in un punto in cui non mi sono mai inchiodato, ho perso del tutto la memoria. E ho scoperto che non è un cacchio bello trovarsi lassù da soli, senza memoria. Ci si sente davvero soli. Non ne sono uscito come avrebbe voluto Grazia, la mia insegnante di teatro. Ma tant'é: mi sentivo a mio agio e fra persone amiche e l'ho buttata sul ridere. Chiudo dando la colpa di tutto questo a un kebab. Sulla vetrina della kebaberia di Binasco, mesi fa, vidi la locandina di uno spettacolo scritto da Laura Boerci, da lì parti un breve scambio di e-mail, poi un invito, poi una telefonata. E quindi Monologando. Una nota su Laura. L'ho conosciuta poco meno di venti secondi ma in quei pochi secondi mi ha trasmesso uno speciale tipo di energia che avevo quasi dimenticato di avere da parte per eventuali momenti bui. P.S. Il finale, dopo le premiazioni, è stato forse il momento più emozionante. Emanuela è salita sul palco e ha interpretato Le Nuvole di Fabrizio De André. Pubblico ammutolito, pelo alto così, applausi meritati.
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domenica, marzo 14
Generazione Leoncino
Quando vivi quasi quarant'anni, conosci già quel sentimento. Qualcuno ti ha già fatto capire che il tuo mondo non rimane per sempre nello stato di cose in cui l'hai fotografato al primo sguardo. Prendi via Famagosta, per esempio, o piazza Abbiategrasso (ora che sembra una qualunque piazza di Milano nord, trafficata e anonima) o, addirittura, il Fiordaliso che là una volta, oh sì, là, nella tropicale condensa della propria automobile, ci hanno fatto l'amore migliaia d coppiette di tutta Milano sud e provincia, che ci devono essere nati un bel po' di noi, lì nella fu fabbrica OM. Ma vuoi mettere poter dire di essere stati concepiti nella gloriosa fabbrica dei vari Leoncini o Lupetto? Tzé! Dicevo che sì, dovrei farci l'abitudine ai cambiamenti epocali (tipo i Perù della Pavesi. Avresti mai detto che non li avrebbero più prodotti?). Ma che Blogger, dico, blogger.com, di cui sono cliente a scrocco da dieci anni, intenda sfrattarmi da rilletti.it per via di una qualche fottutissima decisione di carattere tecnologico, no. Questa non me l'aspettavo. E non sono nemmeno pronto a migrare. Il blog è cosa troppo intima per essere trattata con tanta freddezza. Urge consulenza da esperti della fuga editoriale.
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martedì, marzo 9
Io lavoro a piedi
Ieri ho incontrato Ivan per la seconda volta. Gli ho chiesto del suo lavoro, sperando in chissà quale rivelazione. La sua unica risposta è stata: io lavoro a piedi. Da oggi, farò lo stesso per una settimana. Giulio è andato alla presentazione del libro di Safran Foer. Viene proprio voglia di comprarlo e leggerlo. Anzi, oggi sarò in zona Porta Romana, a piedi, troverò pure una libreria, no?
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sabato, febbraio 13
Eccola, la pietra. Rompe la distesa di prato. Non conto piu' i giorni che ho impiegato a raggiungerla. Se allungassi una mano, potrei sentirne la superficie ruvida e fredda.
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lunedì, febbraio 8 Tu, mio. Due parole che, insieme ad altre, alzano il pelo sulla schiena di chi legge. Due parole che Caia ripete in un paio di occasioni a te che vedi con gli occhi del protagonista adolescente che diventa adulto nell'arco di un'estate, sulla barca dello zio pescatore. E' un mondo, quello descritto da De Luca, che ognuno di noi deve avere vissuto, pena non aver mai vissuto l'adolescenza: memoria, sensazioni, vita, sole, sale, urla e corse selvatiche e uomini che ci insegnano qualcosa. Tutto, in questo romanzo, ti investe e ti lacera e ti fa allegria e tristezza e nostalgia. La calma e la saggezza del protagonista si comprendono solo in funzione di quello che lui vale per lei. Tu, mio è quello che ognuno di noi ha detto o avrebbe voluto dire alla propria innamorata, alla propria giovinezza. Tu, mio è lo strappo al cuore, il petto lacerato da un amore immaginato impossibile e alla portata di tutti. Tu, mio è la ragazza che bacia tutti, ma che solo noi sappiamo baciare. E' inutile e ingiusto fare una classifica del libro più o meno bello, ma se dovessi fare una lista, Tu, mio farebbe a pugni con i primi, quanto meno per la delicata violenza con cui mi ha scosso l'anima.
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Tempo volvente
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giovedì, gennaio 28
Ancora Rappresentazioni
Sono in un ambiente incredibilmente illuminato e silenzioso. Il grado di luminanza è così elevato che ogni cosa sullo sfondo ha perso definizione, la sua efficienza cromatica è nulla. Tutto quindi appare incredibilmente simile allo stereotipo cinematografico del Paradiso. La fonte di luce è indeterminabile. Si apre il sipario, sul palco tre personaggi. Al centro della scena un tale con giacca, camicia aperta e pantalone jeans, tiene in mano un oggetto che ancora non riesco a definire, sembra un'asciugamano o uno strofinaccio di quelli di cotone da cucina. Bianco. Alle sue spalle, una donna su di un letto sfatto, in pigiama di raso di seta, pare assorta. Non è né seduta, né sdraiata. E' serena. Il silenzio si fa grave e il secondo uomo che sta in piedi, immobile al lato destro della scena, indossa una maschera neutra. Forse bianca, comunque chiara. Lui stesso è neutro, le mani tra le mani. Il monologo inizia con uno squarcio del silenzio e le prime parole segneranno tutto ciò che arriverà dopo, insieme al calare della luce fino alla normalità. Le restanti note di regia giacciono ai margini di un copione che, piegato in quattro, ieri ho lasciato in un libro restituito in biblioteca prima di partire. Poco male, sarebbe difficile farlo esattamente come lo immaginavo. Se riusciremo (riuscirò?) a imbastire il pezzo, il 14 marzo prossimo sarò alla Cascina Bellaria dell'Atlha, dalle ore 15:00 in avanti, a Monologhiamo, concorso di monologhi teatrali divertenti, drammatici e bizzarri presentato da Laura Boerci Ci sarà spazio per due giurie: una tecnica e una popolare. Seguirà, alle 19:00, un happy hour musicale e, alle 20:00, la premiazione. Per cui, che si riesca o meno a mettere in scena il nostro pezzullo, il 14 marzo ci vedremo in Cascina Bellaria, in via Bellaria 90, Milano.
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lunedì, dicembre 21
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domenica, novembre 1
"Sai, mamma, quello che mi dispiace di più di tutta questa storia, non è tanto la mia morte, ma il calvario che tu, Ilaria e papà state subendo.
Da qui posso percepire il vostro dolore come fosse mio: dirompente, ti apre in due il petto, e io so cosa vuol dire (attenzione, foto del cadavere di Cucchi). Ti avvelena l'animo e non ti da pace. E quando, di norma, a un dolore seguirebbe una fase di somatizzazione, di razionalizzazione, ecco che questo processo vi viene negato. Non sono caduto dalle scale, questo nemmeno un coglione può crederlo veramente. E non saprei dirvi con certezza chi mi ha dato il primo pugno. Mi sentivo impunibile, è vero. Quei venti grammi di hashish in tasca non mi preoccupavano più di tanto. Ben altri criminali siedono addirittura in parlamento. Ben altri erano i problemi che mi affliggevano per pensare che una legge tanto cieca e incapace di distinguere tra droga e droga, potesse instradarmi per il vicolo che mi ha condotto dritto verso la morte. Di fatto, eccomi qui, sul freddo tavolaccio di acciaio di un obitorio, il petto ricucito alla bell'e meglio, in posa involontaria per gli ultimi scatti. Nemmeno un sorriso per te, cara mamma. Io, da quassù, non mi do più tanta pena per il mio destino e per il decorso della giustizia che so già a favore dei responsabili della mia morte che, in un modo o nell'altro, se la caveranno. Voi, all'ennesima sentenza che dichiarerà che tutto sommato la mia morte non avrà meritato la minima considerazione, vi sentirete nuovamente orfani di un figlio (mi sono sempre chiesto perché non esista una parola che definisce lo stato di un genitore che perde un figlio). E, come accade in questi casi, perderete la fiducia che avete sempre avuto nelle istituzioni, fino a ieri immaginate a tutela della sicurezza vostra e della vostra famiglia. Ora sapete che potrebbe non essere vero. Che chi indossa un'uniforme può essere indifferentemente onesto o codardo, pavido o eroe. E che non è facile distinguere, a seguito dell'uniformità data, appunto, dall'uniforme, dove stia l'ufficiale stronzo, dove stia, invece, quello pronto a dare la vita per il prossimo, a prescindere. Io, purtroppo, in una sola notte, ho trovato il gruppo di stronzi che facevano il turno tutti insieme, che fossero in uniforme o meno. E che non sapevano che i detenuti bisogna massacrarli di sotto, che siamo in un paese civile, noi. Che se no, poi, ci scappa il testimone e rischi la rivolta. Probabilmente qualche scapaccione me lo meritavo, ma quello che mi è stato fatto, com'è vero iddio, non dovrebbe essere mai fatto a nessuno. Non in una caserma, non in un sito istituzionale. A me, che pensavo che di Bolzaneto ce ne fosse una sola. Tu, mamma, cerca di ricordarti di me per come ero, le ossa tutte intere come me le hai fatte, gli occhi entrambi al loro posto, la mandibola dritta. Vorrei che il tuo pensiero, ogni sera, venga rivolto a noi quattro intorno a quella torta di compleanno, me che la taglio, il papà come sempre imbarazzato ma visibilmente commosso dall'intimità della famiglia, Ilaria ancora piccina e nei tuoi occhi, indelebile, il mio radioso futuro. Ti bacio, tuo Stefano.
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lunedì, agosto 10
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mercoledì, agosto 5
Dice che alcuni operai della Innse si sono barricati su un carro ponte per protestare contro la chiusura della fabbrica.
Dice che la fabbrica funzionava bene, c'è dietro una speculazione. Dice che i cinque operai hanno chiesto l'intervento di Berlusconi. Dice che al massimo gli manda la D'addario.
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